mercoledì, Maggio 12, 2021
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Hennè in gravidanza: si può fare? Quali sono le marche sicure?

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hennè in gravidanza

Quando si è in dolce attesa, l’euforia è alle stelle e le future mamme ci tengono veramente tanto a mettere in mostra il bel pancione che ospita il bambino che sta per nascere. Tanto che, nei 9 mesi di gestazione, sono anche molte le foto scattate per immortalare il momento. Comunque, gravidanza o no, le donne ci tengono sempre ad apparire bene in foto, soprattutto se poi lo scopo è quello di pubblicarla o stamparla per appenderla in casa, come ricordo. Ecco qui, che diventa importante anche sentirsi in ordine, così la mamma inizia a informarsi su cosa può e non può usare durante la gravidanza. La domanda, sicuramente più frequente, riguarda se può essere considerato pericoloso colorare capelli in gravidanza. Ad oggi, non esistono correlazioni tra la tinta chimica e problemi legati al feto, anche perché, utilizzando solo prodotti di alta qualità, ormai le normative sono molto scrupolose sugli ingredienti, anche se è sempre necessario parlarne prima con il proprio ginecologo. Ma, a prescindere dalla gravidanza, sono anche molte le donne che hanno abbandonato il chimico per le tinture naturali, come l’henné. Ricordiamo che non tutto ciò che è naturale è automaticamente consigliato in gravidanza, quindi risulterà legittimo domandarsi: si può usare l’henné in gravidanza?

Tinta capelli in gravidanza: si o no?

La tinta in gravidanza rimane sempre uno dei dubbi più grandi per una futura mamma. Diciamo che, in ogni caso, nei primi tre mesi di gestazione, sarebbe meglio evitare qualsiasi tipo di trattamento, anche il più naturale. Considerando che, il primo trimestre è fondamentale, per lo sviluppo del feto e tutto ciò che viene applicato sulla futura mamma (anche sui capelli) viene assorbito. Partendo dal presupposto che l’unica persona che può rassicuravi su questo domanda è il vostro ginecologo, si consiglia di interpellare lui prima di qualsiasi decisione. Nemmeno il parrucchiere può o deve sostituirsi al vostro medico, quindi parlatene prima con lui e poi rivolgetevi a un salone di bellezza, che sia ovviamente aggiornato e utilizzi prodotti certificati e di ottima qualità. Prima di iniziare qualsiasi trattamento, se ancora non dovesse notarsi, fate presente al titolare e al personale che siete in dolce attesa, così da fargli prestare attenzione a tutto ciò che utilizzeranno.

Hennè in gravidanza: si o no?

Come per ogni circostanza, è necessario parlarne con il ginecologo, solo lui saprà darvi la risposta corretta e sicura. Comunque, secondo studi recenti, l’hennè, essendo una colorazione naturale, non apporta alcun rischio per il feto, pertanto non è controindicato in gravidanza. Ovviamente, deve trattarsi di henné certificati e che rispettino le normative vigenti. Però, come per ogni cosa, è importante fare attenzione ad alcuni dettagli. Ad esempio, se soffrite di favismo, l’henné è assolutamente sconsigliato, così come se avete la cute particolarmente delicata, soprattutto durante la gravidanza. Il rischio, in caso di cute delicata o danneggiata, è quello di sviluppare una dermatite da contatto. Vi consigliamo, di provare sempre un pò di prodotto, in piccola quantità, su una zona del corpo per vedere se avviene qualche reazione.

Quale henné scegliere in gravidanza

Come già detto, non tutto ciò che è naturale va sempre bene. Dunque, detto questo, anche nella scelta dell’henné, vi consigliamo di affidarvi a un parrucchiere aggiornato e professionale, che conosce molto bene i prodotti che utilizza. Se, invece, preferite applicare la miscela da sole, allora, fate molta attenzione durante l’acquisto delle erbe tintore.

  • diffidate delle erbe tintorie non certificate
  • diffidate dalla erbe tintorie vendute sfuse in negozi che non conoscete o in negozi etnici
  • diffidate dalle etichette non tradotte in italiano

È necessario:

  • leggere sempre l’INCI sulla confezione per sapere cosa ci sia al suo interno e per essere sicura che non ci sia il picramato

Hennè certificati e sicuri in gravidanza

Tra le marche in commercio di henné, queste rientrano tra quelle certificate, e di conseguenza, sicure:

  • Herbe di janas
  • Phitofilos
  • Khadi
  • La saponaria

 

 

Acqua frizzante ai bambini: si può dare?

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acqua frizzante ai bambini

Bere molta acqua è importante a qualsiasi età, ma nel caso di bambini e anziani lo è molto di più. Riferendoci ai bambini, dobbiamo essere noi genitori a ricordargli molto spesso di bere acqua, visto che, soprattutto i più piccoli, non sentono la necessità di bere spesso o, semplicemente, non hanno voglia di abbandonare ciò che stanno facendo. Sta, dunque, ai genitori, proporgli a intervalli regolari di consumare acqua.

Per i bambini è meglio bere acqua naturale o frizzante?

La domanda potrebbe risultare scontata, ma non lo è per tutti, visto che ogni famiglia ha le proprie abitudini. Ma, è ovvio che quando si tratta di bambini, è necessario scegliere con il dovuto buonsenso, e sempre dopo aver consultato il pediatra. Ad esempio, nella scelta dell’acqua da offrire a un bambino, è necessario leggere sempre l’etichetta, visto che alcune hanno apportato proprio un piccolo simbolo che indica che l’acqua è adatta anche per essere consumata dai più piccoli. In generale, l’acqua deve essere povera di sodio, proprio per non favorire la formazione di calcoli renali.

In ogni caso, una volta che il bambino ha smesso di prendere il latte materno, sarà il pediatra a consigliare che tipo di acqua è più adatta al piccolo e in che quantità dovrà berne. Comunque, in linea di massima, possiamo dire che l’acqua naturale è senza dubbio la scelta migliore, ancor di più se confermato anche sull’etichetta della bottiglia. Visto che per quanto riguarda l’acqua frizzante ai bambini, ricordiamo che l’anidride carbonica presente nell’acqua con le bollicine potrebbe provocare, nei più piccoli, un aumento di coliche gassose e acutizzare il reflusso. 

Nei casi, invece, in cui sono coinvolti bambini più grandi, si consiglia di fare bere acqua frizzante, solo dopo i 5 anni di età, e di evitare, appunto, di farla bere a chi ha problemi gastrici. Se proprio non si può fare diversamente, potreste provare con un’acqua naturalmente frizzante. 

Inoltre, le bollicine, generate dall’anidride carbonica, rovinano lo smalto dei denti, per questo sarebbe preferibile berla con la cannuccia.

Torre Montessoriana: a cosa serve e come si costruisce

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torre montessoriana

Essere genitori è un lavoro che richiede un’attenta supervisione 24 ore su 24. Durante l’arco della giornata, ovviamente, però non si possono accantonare anche le faccende domeniche. Il modo migliore per conciliare bambini e casa è quello di coinvolgerli nella maniera più sicura e divertente possibile. Come fare? Una soluzione potrebbe essere la Learning Tower Montessori, meglio nota come Torretta Montessoriana. Una scaletta che permetterà ai più piccoli di esser presenti nelle attività quotidiane svolte dagli adulti, ma in totale sicurezza.

Torre Montessori: a cosa serve

La Learning Tower Montessori è una scala a misura di bambino che permette anche ai piccoli di essere coinvolti nelle attività quotidiane degli adulti, aiutandoli a sviluppare e raggiungere importanti traguardi, come:

  • autonomia e indipendenza: la struttura è costruita in modo tale da permettere al bambino di salire e scendere in totale sicurezza e senza l’aiuto di un adulto (anche se si consiglia di supervisionarlo sempre)
  • sicurezza: permettendo al bambino di raggiungere altezze altrimenti non accessibili
  • osservazione: il bambino avrà la possibilità di osservare ciò che fanno gli adulti, tranquillamente dalla sua postazione

Tutto ciò, permette anche al bambino, e alla mamma, di poter collaborare nelle faccende domestiche, con maggior libertà e serenità. Il bambino, inoltre, se affiancherà la mamma, magari durante le preparazioni del pasto, evitando, ovviamente, situazioni pericolose, si sentirà d’aiuto e, di conseguenza, particolarmente stimolato e, al tempo stesso, la mamma potrà lavorare con entrambe le mani libere senza preoccuparsi della sicurezza del bambino.

Torre Montessori: come è fatta

Molte persone, su due piedi, potrebbero non conoscere la differenza tra la Torre Montessori e una semplice sedia. Del resto, quante volte le nostre mamme e le nostre nonne ci avranno fatto salire su una sedia per osservarle mentre svolgevano alcune faccende domestiche. Ma, ovviamente, i tempi sono cambiati e c’è una significativa differenza tra le due strutture. Vediamole insieme.

La Learning Tower Montessori è una vera torre di apprendimento, sicura in ogni suo aspetto. Infatti, a differenza di una sedia è dotata di:

  • braccioli per salire a scendere in base alle varie altezze
  • gradini che aiutano il bambino a salire e scendere
  • base stabile che una sedia oggettivamente non ha
  • ringhiera di sicurezza nella parte superiore

Come scegliere la Learning Tower

Ovviamente, la Torre Montessori deve possedere una serie di vantaggi e facilitare la quotidianità di una famiglia. Quindi, se state pensando di acquistarne una, vi consigliamo di fare caso alle seguenti caratteristiche:

  • il peso, deve essere leggera in modo che anche il bambino possa spostarla facilmente. Non dovrebbe superare i 10 kg di peso
  • il materiale, che secondo la Montessori e che ritroviamo in ogni suo supporto è il legno, in quanto non tossico, leggero, stabile e durevole
  • altezza, che deve variare in base all’età del bambino. Di solito, si usano le torrette dai 18 mesi di vita del bambino, fino intorno ai 6 anni

Learning Tower prezzo e come costruirla

La Torre Montessori è un accessorio che non si trova facilmente in tutti i negozi, e i prezzi possono variare in base ad alcune caratteristiche. Però, se siete abili nei lavori manuali, potreste anche pensare di costruire una da soli. Se possedete in casa (o avete la possibilità di acquistare) la scaletta/sgabello di legno Bekvam di IKEA, ecco alcuni suggerimenti da seguire, trovati sul sito lavori in casa:

  • procuratevi quattro bastoncini: due da 24 centimetri per il lato corto e due da 36 centimetri per quello più lungo e altri quattro listelli di circa 40 centimetri servono, invece, per l’altezza.
  • Prendete delle viti di legno da 5 centimetri e un trapano con la punta da legno numero 4 per avvitarle.
  • Una volta recuperato tutto il necessario, ecco come procedere: per prima cosa, montate lo sgabello Bekvam Ikea, mettendo per un attimo da parte il pezzo superiore, quello con il buco. Girate il ripiano al contrario e disegnate il contorno di ogni barra quadrata in ciascun angolo di questo; incrociando le diagonali di ogni quadrato, ne ricaverete il centro.
  • Fate un buco in ognuno dei punti ottenuti, usando la punta di trapano 4 per avvitare le quattro viti; devono essere abbastanza lunghe da attraversare il ripiano e una parte della barra di legno. Di seguito, avvitate le quattro barre di legno alle viti e unite questa struttura allo sgabello scaletta Ikea, precedentemente montato. Per finire, avvitate le barre di legno piane e il gioco è fatto: la vostra learning tower fai da te è pronta all’uso

Parto in acqua: come si svolge, benefici e controindicazioni

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parto in acqua

Sono sempre di più le future mamme che valutano la possibilità di partorire in acqua. L’idea e la sensazione di esser immerse in una vasca di acqua calda in un momento delicato, come quello del parto, potrebbe apportare numerosi benefici, sia alla mamma che al bambino. Non tutte le strutture ospedaliere hanno a disposizione questa possibilità, comunque, in ogni caso, prima di informarsi sui luoghi dove è possibile procedere con il parto in acqua, è necessario che il ginecologo apporvi questa scelta. La futura mamma deve godere di buona salute e la gravidanza deve essere portata a termine con il feto in posizione cefalica.

Come si svolge il parto in acqua

Il parto naturale in acqua è un’alternativa, ormai sempre più considerata, dalla donne in dolce attesa. Le donne che partoriscono in acqua sembrano godere di effetti benefici maggiori rispetto alle donne con parto asciutto. Vediamo, ora, in linea di massima, come si svolge il parto in acqua.

All’interno della stanza adibita al parto, verrà predisposta una vasca piena di acqua, a una temperatura di circa 37°C. La donna potrà entrare in acqua quando lo riterrà opportuno, cioè potrebbe anche decidere di immergersi solamente nel momento del parto, quindi rimanere fuori dalla vasca durante il travaglio, oppure viceversa, cioè trascorrere il travaglio in vasca e poi terminare con un parto asciutto. All’interno della vasca, la mamma potrà assumere tutte le posizioni che preferisce, scegliendo autonomamente quelle che la aiutano maggiormente ad affrontare le contrazioni uterine.

Un elemento importante, quando si decide di affrontare il parto in acqua, è quello dell’igiene, l’acqua nella vasca deve essere sempre pulita, non deve mancare il ricambio dell’acqua. Durante il travaglio e il parto è normale la presenza di urine, feci, sangue e liquido amniotico. Per questo motivo, la struttura che garantisce alla mamma questa possibilità di parto, deve avere a disposizione un impianto che permetta di cambiare velocemente l’acqua, garantendo così l’igiene necessaria sia per la mamma che per il bambino che deve nascere.

Parto in acqua Pro e Contro

Sono molti, ancora, gli interrogativi e i dubbi che si aggirano intorno a questa pratica alternativa al parto naturale asciutto. Vediamoli insieme:
Parto in acqua Benefici per la mamma:
– la mamma percepisce una sensazione di benessere generale
– la presenza dell’acqua agevola il movimento della mamma, tanto da diminuire la pressione esercitata sulla schiena dalle contrazioni
– il calore e il contatto con l’acqua può velocizzare la dilatazione della cervice uterina
– il calore e il contatto con l’acqua può ridurre la tensione muscolare e, di conseguenza,a il dolore legato alle contrazioni
Parto in acqua Benefici per il bambino:
– il bambino ha passato 9 mesi immerso nel liquidi amniotico, di conseguenza, l’acqua ricorda questo ambiente e rende il passaggio al mondo esterno meno traumatico
– l’acqua attutisce luci e rumori, aiutando il bambino a entrare in contatto con il mondo esterno gradualmente
Parto in acqua Rischi per la mamma:
A oggi, se la mamma che decide di partorire in acqua è nelle condizioni idonee per farlo e la struttura ha le competenze e i macchinari giusti per garantire la sicurezza di mamma e bambino, non si registrano particolari rischi legati alla condizione del parto in acqua. I rischi sono gli stessi che si possono riscontrare anche nelle altre modalità di parto. Purtroppo, le complicazioni non si possono prevedere. Per questo è importante avere il parere positivo del ginecologo di fronte a questa scelta e selezionare con cura la struttura dove far nascere il bambino.

Parto in acqua Rischi per il bambino:

possono presentarsi problemi respiratori neonatali, emorragie ed infezioni causate dalla mancanza di igiene dell’acqua presente in vasca.

Parto in acqua quando si può fare

Il parto in acqua può essere eseguito in generale da tutte le donne, purché non presentino complicanze durante la gravidanza e:

  • Non sia una gravidanza gemellare;
  • La mamma deve essere in salute;
  • Il bambino non deve presentare problemi e i tracciati e monitoraggi devono essere regolari;
  • L’ospedale deve essere attrezzato in caso di complicanze;
  • Il feto deve essere in posizione cefalica;
  • La gravidanza deve essere giunta al termine (37-41 settimane);
  • La mamma non deve avere malattie contagiose, come epatite B o infezione da HIV, per la salvaguardia del personale medico.

 

Le spine di pesce: come evitare rischi nei bambini

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spine di pesce

Il pesce è un alimento molto importante nell’alimentazione dei bambini. Per molti genitori, però, può risultare difficile convincere il proprio piccolo a mangiarlo, visto il suo sapore e la consistenza molto particolare non è molto amato dai bambini. Inoltre, non dimentichiamo anche una delle preoccupazioni principali di ogni genitore, quando si decide di servire il pesce al proprio figlio, la paura che non sia stato bene pulito e il rischio di trovare ancora delle spine. Vediamo insieme quali sono le proprietà del pesce e come servirlo ai bambini in modo sicuro.

Pesce benefici

Introdurre il pesce nell’alimentazione dei bambini è molto importante per le sue sostanze nutritive e la presenza di sali minerali. Il pesce, si sa, contiene il fosforo, fondamentale per la memoria; il calcio, che aiuta a prevenire le malattie delle ossa e lo iodio, alleato della ghiandola tiroidea. Inoltre, il pesce è un’ottima fonte di grassi sani, importanti per lo sviluppo del cervello, del sistema nervoso e della vista di un bambino.

Pesci consigliati per l’alimentazione dei bambini

Tra i pesci consigliati per i più piccoli, troviamo:

  • salmone
  • trota
  • merluzzo
  • nasello
  • sgombro
  • orata
  • spigola

Pesci da evitare

  • Tonno
  • Pesce spada
  • Bastoncini di pesce

Nel caso del tonno e del pesce spada, si consiglia di evitare di farli consumare ai più piccoli perché potrebbero essere contaminati dal mercurio. Cosa c’entra il mercurio con il pesce? Ve lo spieghiamo subito, questo metallo viene rilasciato nell’aria quando vengono bruciati rifiuti e combustibili fossili e ciò che resta si deposita nell’acqua dove incontra batteri che lo trasformano in metilmercurio. Quest’ultimo, ancor più pericoloso del mercurio, può esser ingerito dai pesci e quindi poi finire sulle nostre tavole. Un consumo eccessivo di pesci contaminati potrebbero provocare danni al sistema nervoso, ancora in fase di crescita, di un bambino. Per quanto riguarda i bastoncini di pesce, invece, ci riferiamo a un prodotto surgelato, dove l’unica pecca riguarda la panatura esterna industriale.

Cosa succede se il bambino ingoia una lisca di pesce

Una delle preoccupazioni principale di un genitore che vede il proprio bambino mangiare del pesce è quella di non averlo pulito bene. Nonostante, tutte le dovute accortezze e la pazienza nello spinare il pesce prima di servirlo può comunque capitare che sfugga all’appello qualche lisca. La spina di pesce è un corpo estraneo che se ingerito può incastrarsi nelle vie aeree e creare fastidi. I sintomi, che potrebbero portare un genitore a pensare che il proprio bambino abbia una lisca di pesce in gola, sono:

  • difficoltà a deglutire
  • fastidio e dolore nella deglutizione
  • tosse

In alcuni casi il problema della spina di pesce in gola potrebbe risolversi da solo, i pediatri consigliano di bere acqua e mandare giù delle piccole molliche di pane, ma non sempre questi metodi portano i risultati sperati. Fortunatamente, però sono pochi i casi dove è necessario ricorrere alla chirurgia per rimuoverla. Il consiglio è quello di avvertire il pediatra o la guardia medica, qualora si ipotizzasse un ingerimento da parte del bambino di una spina di pesce. La cosa assolutamente da NON fare, è cercare di rimuovere la spina da soli. Se, la lisca viene ingerita completamente, ci penseranno i succhi gastrici a distruggerla e verrà poi espulsa tramite le feci.

Come evitare il rischio delle spine nel pesce

None esiste un metodo infallibile per eliminare tutte le spine dal pesce. È, però, possibile ridurre il rischio, prestando particolare attenzione alla pulizia dell’alimento se acquistato fresco, oppure alla lavorazione se surgelato. Per essere ancora più sicuri, potrete sminuzzare il pesce in pezzetti molto piccoli, così da ridurre il rischio della presenza di spine.

Giochi Montessori: molto di più che giocattoli in legno

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Abbiamo parlato in molti articoli del nostro blog dei metodi educativi montessoriani e di Maria Montessori, la pedagogista italiana che con i suoi studi e i suoi saggi ha rivoluzionato il mondo dell’educazione di bambini e ragazzi. L’efficacia dei suoi insegnamenti è dimostrata dalla nascita di migliaia di scuole montessoriane in tutto il mondo che adottano il suo metodo. Alla base del suo sistema educativo ci sono: l’incoraggiamento al bambino all’autoapprendimento, all’autocorrezione, all’ordine e a trovare tanta fiducia nelle proprie capacità per non dipendere in modo eccessivo e prolungato dagli adulti. Non dovrebbe sorprendere se tante aziende, italiane e non, hanno da anni iniziato a produrre prodotti, elementi di arredo, accessori etc. che si rifanno ai principi dei metodi educativi montessoriani. In genere i prodotti d’ispirazione montessoriana sono realizzati in materiali naturali quali: legno, stoffe e tessuti, corde, etc. e l’utilizzo di vernici colorate è ridotto al minimo indispensabile. I mobili montessoriani non sono solo a misura di bambino nelle dimensioni, ma sono anche studiati in ogni aspetto per l’utilizzo in modo autonomo.

I giocattoli Montessori

Ad esempio i letti Montessori sono alti pochi cm dal pavimento per consentire al bambino di alzarsi o sdraiarsi senza chiedere l’aiuto dei genitori; le librerie montessoriane, chiamate anche librerie frontali, sono adatte ai più piccoli che non sanno leggere e non potrebbero riconoscere i titoli stampati sul dorsetto per cui sono realizzate con scaffali poco profondi in modo da poter riporre i libri con la portina esposta. Per i  giochi montessoriani vale lo stesso principio di ecosostenibilità degli altri prodotti: giocattoli semplici realizzati in legno naturale e che consentono al bambino d’imparare e mettere a frutto la propria creatività dal loro utilizzo. Come tutti i giochi per bambini ne esistono per differenti tipologie per fasce d’età.

Giochi per fasce d’età

Per la prima infanzia i giochi sono legati alla stimolazione sensoriale: sonagli in legno, palle sensoriali di stoffa con realizzati con diversi tessuti e varie consistenze, giochi di forme da impilare per la stimolazione manuale ed il coordinamento. Per la fascia d’età che va da 1 a 2 anni troviamo una varietà molto ampia di giocattoli per il coordinamento psico motorio come ad esempio giochi di pesca con magneti, xilofoni, ma anche puzzle in legno. Nella fascia 3-5 anni abbiamo non solo giochi educativi ma anche didattici: anche se il bambino è in età prescolare può avere predisposizione per comprendere la forma di numeri e di lettere, in questo caso può essere incoraggiato con, ad esempio, alfabeti tattili. Si tratta di set con lettere dell’alfabeto sagomate e realizzate in materiali ruvidi e che indicano anche al bimbo il senso nel toccarle che coincide con quello della scrittura del carattere. Altro gioco per questa fascia d’età è la busy board Montessori: un pannello dove sono collocati una serie di oggetti di uso comune come lacci, fibie, bottoni con asole, interruttori etc. L’idea è quella di abituare il piccolo ad interagire in modo ludico con questi oggetti. Scopo, essere autonomo dagli adulti quando occorrerà compiere le stesse azioni per vestirsi, spegnere o accendere la luce della propria camera etc.

Giochi Montessori: la felicità per i bambini

In conclusione, possiamo fare felici i nostri bambini con giocattoli alla moda o ispirati ai personaggi che vanno per la maggiore, ma è importante sapere che sul mercato esistono moltissimi giochi educativi studiati per farli divertire e allo stesso tempo contribuire alla loro naturale crescita con qualche stimolo in più.

Come gestire l’arrivo di un fratellino: consigli per evitare la gelosia

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gelosia fratelli maggiori

Quando in casa si preannuncia l’arrivo di un nuovo bambino, c’è sempre tanto fermento. Molto spesso, l’euforia legata alla nuova nascita, fa passare in secondo piano il primogenito.  È importante, aiutare il bambino ad accogliere il fratellino o la sorellina. Sicuramente, non è nell’intenzione dei genitori trascurare il primo figlio, ma molto spesso alcuni atteggiamenti possono essere fraintesi dal bambino che potrebbe vivere male l’arrivo della cicogna. Vediamo insieme alcuni suggerimenti per i genitori.

Come comportarsi durante la gravidanza

L’arrivo di un secondo figlio porterà sicuramente un cambiamento all’interno del nucleo familiare e la routine impostata fino ad allora verrà a mancare, così come le attenzioni ricevute fino ad allora dal bambino. Per incentivare il piccolo ad attendere con positività la nuova nascita, la prima cosa importante da fare è coinvolgerlo il più possibile. E, è necessario, iniziare sin dalla gravidanza, non aspettate che il secondogenito sia nato. Come fare?

  • Potete portare il vostro bambino alle ecografie, così da fargli già vedere i tratti del nuovo fratellino in arrivo. Magari, una volta rientrati a casa, mostrategli anche le ecografie fatte al pancione di quando eravate in dolce attesa proprio di lui, così da fargli capire che è proprio in arrivo qualcuno.
  • Coinvolgetelo anche nella scelta del nome, magari guidandolo con dolcezza verso quelli che già avevate in mente.
  • Se avete in mente, di modificare la sua attuale cameretta per fare spazio a vestitini e mobili per il futuro nascituro, non fatelo mai senza coinvolgerlo. Magari scegliete insieme anche la nuova disposizione e il nuovo arredamento.
  • Leggete al bambino libri sull’argomento.

Come comportarsi dopo il parto

Il coinvolgimento del primogenito deve continuare anche quando il fratellino sarà nato. Deve sentirsi utile e avere la sensazione di essere d’aiuto in casa. Inoltre:

  • Non impeditegli di toccare il neonato. Sempre con le dovuti attenzione permettetegli di accarezzarlo e di farvi aiutare nel cambio pannolino e durante il bagnetto.
  • Anche se non sarà semplice, i genitori dovranno ritagliarsi del tempo “escluso” da dedicare al bimbo più grande. Potrebbe essere la messa a nanna o una passeggiata insieme.

Cosa evitare di fare quando arriva un fratellino

  • Non dire al bambino che lui è grande. Piuttosto, rafforza il suo ruolo di fratello o sorella maggiore
  • Non tenere nascosta la gravidanza al bambino pensando che sia troppo piccolo per capire. Anzi, coinvolgilo e preparalo al cambiamento che avverrà e all’arrivo del neonato.
  • Perdere la pazienza se il primogenito mostra segnali di gelosia. Del tutto normale, piuttosto cercate di evitare che accada.
  • Non aggiungete ulteriori cambiamenti nella sua routine, come lo spannolinamento o l’eliminazione del ciuccio.

Allergie nei bambini: come riconoscerle, quali sono le più comuni e come prevenirle

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allergie nei bambini

Siamo di fronte e un’allergia quando l’organismo ha una reazione eccessiva verso un tipo di sostanze che, generalmente, è innocua per molte altre persone. Questo tipo di sostanze prendono il nome di allergeni. Se il bambino allergico entra in contatto con l’allergene, il suo sistema immunitario cercherà di difendersi attraverso la produzione di un’eccessiva quantità di un tipo di anticorpi, le immunoglobuline E. Queste ultime, in eccesso, sono le responsabili di prurito, gonfiore, naso chiuso e diarrea (nel caso di allergia alimentare).

Reazione allergica nei bambini sintomi

Individuare una reazione allergica non è sempre semplice, visto che a volte può manifestarsi anche a distanza di tempo dal contatto con l’allergene. Per questo, è importante che i genitori prestino molta attenzione a ciò che fa il bambino durante la giornata. In generale, per individuare correttamente i sintomi bisogna anche conoscere i diversi tipi di allergie:

  • Allergia respiratoria. I sintomi possono essere rinite allergicacongiuntivite, asma.
  • Allergia gastrointestinale. I sintomi possono essere nausea, diarrea e vomito.
  • Allergia cutanea. I sintomi possono essere orticaria e dermatite.

Allergie più diffuse nei bambini

Tra le allergie più frequenti nei bambini troviamo quelle ai pollini o agli acari della polvere.

  • L’allergia ai pollini è un’allergia stagionale, che si limita al periodo in cui fioriscono determinati tipi di piante.
  • L’allergia agli acari della polvere è più complessa, in quando dipende da agenti che sono presenti nelle case e che non sono semplici da debellare. Non è necessaria una casa impolverata affinché si manifesta l’allergia. In questi casi, i genitori dovranno attuare delle tecniche di pulizia particolarmente efficaci.
  • Allergia alimentare che possono scatenarsi quando il soggetto allergico entra in contatto con particolari cibi, come il latte, le uova, i crostacei, fragole, pomodori, arachidi e noci. Questo tipo di allergia non è facile da diagnosticare, di solito si manifesta solo dopo aver ingerito uno degli allergeni.

È possibile prevenire l’allergia

L’allergia non si può prevenire. Solitamente la predisposizione genetica gioca un ruolo importante, se i genitori sono soggetti allergici con molta probabilità lo sarà anche il figlio. Ci sono però, una serie d accortezza da seguire per ridurre il rischio di entrare in contatto con alcuni allergeni.

Se il bambino è considerato a rischio per una predisposizione genetica, bisognerebbe:

  • allattare al seno il proprio bambino almeno fino ai 6 mesi;
  • evitare di fumare in casa;
  • evitare un tipo di arredamento che possa contenere allergeni (tappeti, coperte di lana, tende)

Allergia nei bambini: diagnosi

Nel caso in cui ci fossero parenti con allergie oppure il genitore avesse un dubbio riguardo lo stato di salute del proprio bambino, dovrà consultare il pediatra che valuterà il quadro clinico del piccolo e della sua famiglia. Inoltre, il pediatra potrebbe richiedere di eseguire alcuni test, tra cui:

  • ll prick test è un test cutaneo cui si ricorre per diagnosticare l’eventuale presenza di allergie a sostanze come alimenti, veleno di insetti, lattice, polvere e acari, polline, peli di animali, farmaci.
  • RAST: dosa nel sangue i livelli di IgE specifiche per i singoli allergeni.
  • PRIST: dosa nel sangue le IgE totali.

 

 

Visita dentistica bambini: quando e dove portarli per la prima volta

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visita dentistica bambini

Andare dal dentista, si sa, non piace a nessuno. Gli adulti sono i primi che, se non in caso di assoluta necessità, cercano di evitare di recarsi ai controlli. Sicuramente, si tratta di un tipo di visita non piacevole, ma senza dubbio, molto importante per adulti e bambini. Per questo è importante spiegare ai figli l’importanza della prevenzione anche nel campo dell’igiene orale e che non bisogna recarsi dal dentista solo quando compaiono fastidi e dolori. Per questo bisogna accompagnare i bambini dal dentista proprio per anticipare qualsiasi rischio. Anche quando i bambini sono ancora “piccoli” e hanno pochi dentini è importante curare la loro igiene orale. Anzi, a dir la verità, ciò che gira intorno all’igiene orale dei bambini è ancor più complesso, da un lato bisognerebbe iniziare a prendersene cura ancor prima di vedere spuntare i dentini e dall’altro lato dovrebbero essere anche gli adulti a curare bene la propria, considerando che molto spesso proprio loro con degli atteggiamenti poco consoni (tipo baci e mangiare con la stessa posata) rischiano di trasmettere batteri ai più piccoli.

Quando prenotare la prima visita dentistica?

Solitamente, a partire dai tre anni di età il vostro bambino avrà una dentatura completa. Si consiglia, per questo, di effettuare la prima visita odontoiatrica, a meno che non si presentino problematiche prima, intorno ai 5 anni. Il dentista valuterà, così, la crescita e lo stato dei denti e delle gengive del piccolo paziente. Anche perché, dai sei anni in poi, il bambino inizierà a perdere i denti da latte e compariranno i denti permanenti. È importante aver già impostato una corretta igiene orale proprio per evitare la formazione di carie in seguito. Inoltre, il dentista, oltre all’igiene orale avrà anche modo di valutare lo stato del cavo orale e la presenza di eventuali “malocclusioni“. In caso di un’errata chiusura dell’arcata dentale, si esaminerà la possibilità di ricorrere a un apparecchio ortodontico. La prima visita pediatrica potrebbe essere vista non di buon occhio dal bambino, per questo è importante che anche i genitori trasmettano al piccolo la necessità di prendersi cura della propria bocca, dando loro per primi il buon esempio. 

Come scegliere il dentista pediatrico

La prima visita odontoiatrica per bambini dovrebbe esser prenotata da un dentista pediatrico, o pedodontista. A differenza del dentista tradizionale, si tratta di un odontoiatra con delle specifiche competenze psicologico e cliniche per potersi rapportare proprio con i pazienti più piccoli.

Come lavare i denti e quando lavare i denti ai bambini

Quando i bambini iniziano a essere un pò più grandicelli, sicuramente, risulta tutto più semplice. Ma, quando abbiamo a che fare con dei neonati, come si lavano i denti? Tanto per cominciare, è importante curare l’igiene orale ancor prima della comparsa dei denti, cioè curare prima di tutto le gengive. Queste ultime, insieme ai primi dentini, andrebbero puliti con una garza di cotone imbevuta di acqua girata intorno al dito indice dell’adulto. Introdurre questa pratica nella routine giornaliera ha due obiettivi: igienizzare il cavo orale dai residui di latte e far comprendere al bambino che bisognerà prendersi cura della bocca. Iniziando preso, il passaggio successivo, cioè l’utilizzo dello spazzolino da denti dovrebbe essere meno traumatico.

Inoltre, è necessario seguire alcune buone abitudini, tra cui:

  • eliminare totalmente tutte le bevande zuccherate
  • abituare il bambino a seguire la routine legata all’igiene orale
  • gli adulti devono essere un esempio per i piccoli, invitate i bambini a imitarvi

 

 

Seno in gravidanza: come cambia e come prendersene cura

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seno in gravidanza

Durante la gravidanza, il nostro corpo subisce una serie di cambiamenti. Dall’inizio della gravidanza fino al parto, e anche dopo, il seno passa per diverse trasformazioni, finalizzate all’allattamento da parte della futura mamma. Solitamente, sentire un dolore al seno, sentire i capezzoli più sensibili, rientra tra i primi sintomi per individuare una gravidanza. Da quel momento, in base alle settimane di gestazione la donna potrà assistere a una serie di cambiamenti. Vediamoli insieme.

Seno Gravidanza: come cambia

A partire già dalle prime settimane di gravidanza, il seno della futura mamma cambia. Vediamo come.

Seno in gravidanza: cambiamenti primo trimestre

Proprio durante le prime settimane di gestazione che iniziano ad avvertirsi i primi cambiamenti e fastidi al seno. Il seno in gravidanza subirà trasformazioni sia a livello di dimensioni che di aspetto. Il dolore al seno in gravidanza, soprattutto nel primo trimestre, è assolutamente normale. Anzi, nella maggior parte dei casi, si attenuerà non appena entrate nel secondo trimestre.

Seno e capezzoli gravidanza subiranno le modificazioni più evidenti:

  • diventano, infatti, più morbidi e sensibili. E, in alcuni casi, i capezzoli potrebbero anche cambiare di forma e colore.

Durante la gravidanza, la pressione del volume del sangue nel corpo della futura mamma inizia ad aumentare per soddisfare le necessità di sviluppo del feto. Questo aumento del flusso sanguigno, potrebbe portare a una trasformazione anche delle vene presenti sul seno che potrebbero diventare più grandi, colorate e visibili. Ricordiamo, ovviamente, che ogni donna è diversa, quindi non è detto che quanto citato si verifichi per tutte quante allo stesso modo, per questo è importante parlare con il proprio ginecologo e tenerlo aggiornato sulle varie trasformazioni del corpo.

Seno in gravidanza: cambiamenti secondo trimestre

Il dolore al seno gravidanza dovrebbe attenuarsi durante il secondo trimestre, quindi, a partire dalla quindicesima settimana. Il seno, a causa dell’aumento di estrogeni, diventa ancora più grande e dalla ventiduesima settimana si attiveranno i lattociti che condurranno alla produzione del latte. Il latte materno, ovviamente, non è ancora pronto alla fuoriuscita, che verrà riassorbita dal corpo stesso. Anche i capezzoli subiranno una modifica importante, cresceranno di dimensione e cambieranno di colore, così come le areole. Questi ingrossamenti, si chiamano “tubercoli di Montgomery”, che producono un olio in grado di proteggere la donna dai dolori della gravidanza e dalle infezioni quando comincerà l’allattamento. Secondo alcuni studi, sembrerebbe che l’odore di quest’olio sia simile a quello del liquido amniotico, così da poterlo ricordare al bambino appena nato e guidarlo verso i capezzoli dopo la nascita.

Seno in gravidanza: cambiamenti terzo trimestre

Ormai, il parto è sempre più vicino. Il seno, è diventato molto pesante e potrebbero ricomparire dei dolori o fastidi. Anche i capezzoli e le areole sono aumentate e potrebbero anche presentarsi delle smagliature ai lati dei seni. Il seno, ormai, è pronto per l’allattamento, per questo, essendo pieno di latte, non stupitevi se vedete qualche goccia di latte scendere dai capezzoli. Questa sostanza si chiama colostro, molto nutriente per il bambini, è il primo latte materno.

Seno dopo il parto

Solitamente, a distanza di pochi giorni dal parto, la donna lamenta un particolare dolore al seno, in concomitanza con l’arrivo della montata lattea. Nei primi mesi, potrebbe verificarsi l‘ingorgo mammario. È una condizione, fastidiosa, ma molto comune e di solito passa da sola dopo pochi giorni, durante i quali sarebbe opportuno continuare ad allattare.

Come prendersi cura del seno in gravidanza e allattamento

Durante la gravidanza e dopo il parto possono verificarsi cambiamenti e fastidi al seno. Vediamo come affrontarli.

  • seno gonfio: importante indossare un reggiseno della giusta taglia, così da sentirsi comode
  • ingorgo mammario: si consiglia di continuare ad allattare per far si che il bambino, con la suzione liberi il seno della mamma.

Emorroidi in gravidanza: cause e rimedi

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emorroidi in gravidanza

Le emorroidi in gravidanza sono un fastidio abbastanza diffuso. Vediamo insieme quali sono le cause e come intervenire per ridurre il fastidio.

Cause Emorroidi Gravidanza

Come vengono le emorroidi? Le emorroidi in gravidanza possono dipendere da diversi motivi. Tra cui:

  • aumento dell’utero che spinge sull’intestino
  • stitichezza
  • modificazioni ormonali
  • aumento della pressione sanguigna e addominale

Emorroidi inizio Gravidanza e Emorroidi post parto

Ovviamente, a seconda dei mesi di gestazione le cause legate al manifestarsi delle emorroidi sono differenti. Ad esempio:

  • Le emorroidi a inizio gravidanza sono principalmente legate a cause ormonali. Quando una donna è in dolce attesa, il corpo è soggetto a numerosi cambiamenti: estrogeno e progesterone aumentano e possono favorire la dilatazione delle emorroidi. Nelle donne più predisposte potranno verificarsi anche prurito, irritazioni, sanguinamento e gonfiori nella zona anale.
  • Le emorroidi nell’ultimo trimestre di gravidanza sono, invece, legate nella maggior parte dei casi all’aumento del peso del bambino. Il feto, premendo sull’intestino, può favorire la stitichezza e, di conseguenza, la comparsa di emorroidi. Inoltre, negli ultimi mesi di gravidanza si verifica un aumento dell’afflusso sanguigno, utile per trasferire al feto che sta crescendo il giusto nutrimento. Ovviamente, tutte queste condizioni portano a un aumento generale di infiammazioni.
  • Le emorroidi post parto sono, ovviamente, dipese dalle spinte durante il parto. Lo sforzo causato dal passaggio del bambino per venire al mondo, può favorire la fuoriuscita delle emorroidi.

Emorroidi in Gravidanza Rimedi

In alcuni casi, la fuoriuscita delle emorroidi è inevitabile, però ci sono delle accortezze che le donne in dolce attesa possono seguire per ridurre il rischio che si presentino le emorroidi e per limitare il fastidio e le proporzioni quando già si sono manifestate. Principalmente è necessario:

  • fare attività fisica, compatibilmente con il proprio stato di gravidanza. Il movimento in gravidanza, non solo migliora l’afflusso di sangue al cuore, ma aiuta anche a ridurre la stitichezza,
  • seguire un’alimentazione sana e corretta,
  • consumare molta frutta e verdura per ridurre il problema della stitichezza. Così facendo, le feci manterranno sempre una consistenza morbida che non creerà problemi durante il passaggio nell’intestino,
  • bere molta acqua,
  • curare l’igiene anale, con lavaggi di acqua tiepida e sapone acido

Ovviamente, in una condizione diversa dalla gravidanza il medico potrebbe indicare una terapia cortisonica per eliminare le emorroidi, ma, quando si è in dolce attesa, non è possibile. Quindi, nel caso in cui il problema delle emorroidi in gravidanza si rivelasse particolarmente fastidioso e invalidante, vi consigliamo di parlarne con il vostro medico che vi indicherà la cura più adatta da seguire.

Toxoplasmosi in gravidanza: cause, conseguenze e cosa fare se si hanno gatti in casa

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toxoplasmosi in gravidanza

La toxoplasmosi rientra in quelle patologie, insieme alla rosolia, che se contratte durante la gravidanza possono provocare seri danni al feto. La toxoplasmosi in gravidanza è totalmente asintomatica, o comunque può presentarsi con dei sintomi molto simili all’influenza, per questo è importante effettuare periodicamente le analisi del sangue per essere sicuri di non averla contratta. Ricordiamo, inoltre, che la toxoplasmosi si può prendere una sola volta nella vita, per cui, una volta avuta si sviluppano gli anticorpi e non è possibile riprenderla. Quindi, prima di cercare una gravidanza sarebbe opportuno verificare, tramite un semplice prelievo del sangue, se si è già sviluppata l’immunità a questa malattia infettiva.

Toxoplasmosi cos’è

La toxoplasmosi è una malattia infettiva provocata dal Toxoplasma gondii, un protozoo parassita che può colpire animali e uomini. Questo protozoo può colpire mammiferi, volatili, rettili, ma solo nei gatti conclude il suo ciclo vitale. Ovviamente tutti gli altri animali sono degli ospiti intermedi che potrebbero fare da tramite per l’infezione, qualora entrassero in contatto con il gatto. La toxoplasmosi, se contratta nell’arco della vita, in condizioni di salute normali, ha un esito benigno, ma se contratta durante la gravidanza, o da un soggetto “fragile”, può comportare dei seri rischi. In caso di gravidanza, Il Toxoplasma gondii può raggiungere, attraverso la placenta, il feto e provocare danni a carico del sistema nervoso e degli occhi oppure determina parto pretermine o morte intrauterina.

Toxoplasmosi Gravidanza Screening

In caso di gravidanza accertata o cercata, è importante conoscere la propria situazione riguardo la toxoplasmosi e per farlo è sufficiente eseguire un esame del sangue, chiamato Toxo test, per valutare la presenza degli anticorpi specifici per la toxoplasmosi e conoscere il proprio stato immunitario nei confronti del parassita. Nel caso in cui la mamma avesse già sviluppato gli anticorpi, quindi vuol dire che è già entrata in contatto con il virus in passato, non si corrono rischi per il feto. In Italia, si stima che circa il 30-40% delle donne in età fertile abbia contratto la toxoplasmosi.

Toxoplasmosi come si contrae

Si rischia di contrarre la toxoplasmosi se si entra in contatto con i seguenti materiali infetti. Il rischio ovviamente non si limita solo al contatto, ma quello che, subito dopo il contatto, si possa portare, inavvertitamente, il materiale contaminato alla bocca. 

  • entrare in contatto con il suolo contaminato dalle feci del gatto
  • entrare in contatto diretto con le feci di gatto, magari durante la pulizia della lettiera
  •  ingestione di frutta e verdura crude o mal lavate, contaminate da oocisti.
  • ingestione di carne cruda o poco cotta (quelle più a rischio sono agnello, maiale e cacciagione). Anche se la carne non viene ingerita, ma solo maneggiata, si consiglia ugualmente di lavarsi bene le mani
  • ingestione di prosciutto crudo, salame o altri insaccati di maiale (soprattutto quelli di produzione artigianale) sono più frequentemente contaminati rispetto al manzo
  • anche il latte di alcuni mammiferi (in particolare, bovino e suino) può veicolare il parassita, anche se più rara

Se la futura mamma contrae la toxoplasmosi, questa può essere trasmessa per via transplacentare al feto.

Sintomi Toxoplasmosi in gravidanza

Nella donna in dolce attesa, l’infezione è spesso asintomatica o, al massimo, può provocare lievi sintomi come mal di testa e qualche linea di febbre. Il pericolo, in questi casi, infatti non è per la mamma, ma per il feto che potrebbe sviluppare danni a carico del sistema nervoso e degli occhi. La gravità dell’infezione fetale dipende dall’epoca della gestazione, il rischio è molto più alto se l’infezione viene contratta nel primo trimestre.

Toxoplasmosi Gatto in casa: cosa fare?

Sono ancora in molti a pensare che quando si aspetta un bambino bisogna allontanare il proprio gatto domestico, ma in realtà non è necessario. Se poi il gatto vive esclusivamente in casa, il rischio che possa contrarre e veicolare il parassita è molto raro. È però importante seguire alcune regole per evitare qualsiasi tipo di rischio:

  • dare al proprio gatto solo cibi cotti o in scatola,
  • evitare il contatto con le feci di gatto. Fate cambiare e pulire la lettiera d Aung altro membro della famiglia,
  • pulire la lettiera ogni giorno, se possibile subito dopo l’utilizzo del gatto, così da evitare lo sviluppo delle oocisti eventualmente presenti nelle feci,
  • evita i gatti randagi,
  • non accogliere nuovi gatti in casa proprio durante la gravidanza se non si conosce la provenienza.

Nausea in gravidanza: quando si presenta, cause e come alleviarla

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nausea in gravidanza

La nausea in gravidanza è un disturbo molto comune nelle future mamme. Molto spesso è uno dei primi sintomi che compare, per molte indice di una presunta gravidanza in arrivo. Solitamente la nausea in gravidanza si presenta nelle prime settimane di gestazione, tra la quinta e l’ottava, ma per molte mamme può protrarsi anche per i mesi successivi. Mentre alcune donne sembrano non soffrirne affatto. La nausea si manifesta come un disturbo e un fastidio nel percepire particolari profumi. La futura mamma svilupperà un’alterata percezione dei sapori e un’aumentata sensibilità agli odori. Non c’è un momento particolare della giornata in cui la nausea si manifesta, ma solitamente si parla di nausea mattutina. 

Nausea Gravidanza Cause

Non si conoscono ancora le cause che scatenino questa ipersensibilità agli odori durante la gravidanza e che poi portino alle cosiddette “nausee”. Sembrerebbe che giochino un ruolo importante i fattori ormonali, cioè nausea e vomito potrebbero essere dovuti all’improvviso innalzamento dei livelli di estrogeni, progesterone e beta HCG. Non ci sono delle predisposizioni particolari legate alla nausea in gravidanza ma sembrerebbe che alcune circostanze possano aumentarne la probabilità che si presentino.

Nausea cause:

  • predisposizione genetica
  • chi ha sofferto di nausea alla prima gravidanza è probabile che ne soffra anche nel corso di gravidanze successive
  • gravidanza gemellare
  • chi soffre di mal d’auto e mal di mare
  • chi soffre di emicrania
  • chi soffre di reflusso gastroesofageo

Nausea Gravidanza e Rischi per il bambino

In linea di massima la nausea e il vomito non sono rischiosi per il bambino, però, se ci si rende conto di non riuscire a tenerli sotto controllo è importante sentire il proprio ginecologo. In casi rari, la frequenza del vomito può indurre iperemesi gravidica: una condizione abbastanza seria in cui il vomito persiste per lunghe settimane, causando disidratazione e spossatezza nella futura mamma. Una cosa sicura è che la nausea non è da considerarsi un segnale negativo per la gravidanza e, se contenuta, non reca alcun rischio al feto.

Nausea e Sesso del bambino

Secondo alcuni detti popolari, sembrerebbe che la nausea tende a interessare perlopiù gravidanze con feti di sesso femminile. 

Nausea Rimedi

Ovviamente, non esiste un metodo univoco per far passare la nausea in gravidanza o anche solo per alleviarne il fastidio. Bisognerà consultare il proprio medico che vi indicherà, se necessario, una terapia adatta a ridurre il fastidio causato dalla nausea. Secondo alcuni, sorseggiare una tisana allo zenzero può aiutare ad alleviare il malessere legato alla nausea. Altrimenti, bisognerà andare un pò per tentativi, tra questi:

  • mangiare poco e spesso
  • per gli spuntini mangiare cibi salati e secchi (cracker o fette biscottate)
  • bere acqua gasata
  • consumare alimenti facilmente digeribili
  • evitare alimenti grassi, speziati, caffè, the, succhi e alimenti dai sapori forti, perché potrebbero accentuare la nausea
  • masticare a lungo
  • non sdraiarsi subito dopo aver mangiato
  • bere acqua a intervalli di tempo regolari
  • passeggiare all’aria aperta
  • evitare lunghi tragitti in macchina
  • evitare di sostare in luoghi chiusi e affollati

 

Bocca Mani Piedi: sintomi, come si trasmette e come si cura

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bocca mani piedi

La malattia bocca mani piedi è tipica dei bambini al di sotto dei 5 anni. Il virus può presentarsi anche in età adulta, ma ovviamente con sintomatologie molto più lievi e, a volte, anche inesistenti. Nel nostro paese, questa malattia si presenta principalmente nei mesi primaverili e invernali. Andiamo ora a vedere come riconoscere questa malattia e se è possibile prevenirla.

Mani Bocca Piedi cos’è?

La malattia Mani Bocca Piedi è un’infezione virale esantematica che si manifesta con un’eruzione cutanea localizzata proprio nelle zone di mani piedi bocca. Nella maggior parte dei casi, si risolve spontaneamente e l’unico rischio in cui incorre il bambino potrebbe essere legato al fastidio provato nell’ingerire cibi e liquidi, che potrebbe portare alla disidratazione. I primi sintomi compaiono dopo un’incubazione di circa una settimana e la trasmissione può avvenire tramite le feci, la saliva o superfici contaminate. Un saluto, uno starnuto o un colpo di tosse potrebbero portare al contagio, che è massimo nella prima settimana di malattia. Per questo è importante che il soggetto infetto si isoli e non entri in contatto con altre persone fino alla completa guarigione. Una volta contratta questa malattia si diventa immuni.

Mani Bocca Piedi Sintomi

I primi sintomi per riconoscere la malattia possono essere:

  • fastidio da parte del bambino nella zona della gola e della bocca
  • febbre
  • esantema, caratterizzato da macchioline rossastre – localizzate alle mani, ai piedi, alla bocca e raramente ai glutei e ai genitali

In alcuni casi, possono anche presentarsi:

  • mal di testa
  • inappetenza
  • mal di gola
  • diarrea
  • dolori addominali

L’esantema, che si trasforma in delle vescicole grigiastre, scompare da solo nell’arco di tempo di circa 7-10 giorni. Il bambino, come già detto, è molto contagioso nella prima settimana, ma bisogna ancora prestare attenzione alle feci, infette per circa un mese. Bisognerà attendere circa 40 giorni per considerare il bambino del tutto guarito.

Mani Bocca Piedi Diagnosi

Nella maggior parte dei casi, il pediatra confermerà la diagnosi della malattia dopo aver visitato il bambino e controllato le reazioni presenti sulla pelle, ma, in alcuni casi potrebbe essere necessario ricorrere a esame colturale su un campione di feci o tampone/aspirato rinofaringeo.

Terapia

Non esiste una terapia per la cura di questa malattia. Sempre, dopo aver sentito il pediatra, si potrà dare al bambino del paracetamolo per dargli un pò di sollievo dal dolore e dal fastidio, causati dalla febbre, mal di gola e ulcere. Inoltre, è consigliato offrire al piccolo delle bevande liquide e fredde (tipo yogurt) facili da deglutire.

Mani Bocca Piedi negli adulti

Questa malattia non è limitata solo ai più piccoli, ma anche gli adulti, se non l’hanno già contratta, possono essere contagiati. Anche se nel loro caso i sintomi sono più lievi e, nella maggior parte dei casi, si è asintomatici. Comunque, anche nel loro caso, il decorso è lo stesso del bambino, anche se con tempi di recupero più veloci.

Come prevenire la Mani Bocca Piedi

Non esiste un vaccino per prevenire la Mani Bocca Piedi, quindi l’unico modo per bloccare il contagio è rispettare le norme igieniche. Soprattutto quando si frequentano nidi e asili, dove i bambini condividono spesso i giochi e alcuni, vista la tenera età, li portano anche alla bocca.

 

Come spiegare ai bambini di lavarsi le mani: alcuni consigli utili

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spiegare ai bambini come lavarsi le mani

Quante volte al giorno ripetete ai vostri bambini di lavarsi le mani? Sicuramente molte volte. Le mani sono il principale veicolo di trasmissione per germi e batteri, per questo è importante insegnare ai bambini l’importanza di lavarle frequentemente, o comunque soprattutto in alcuni particolari momenti della giornata. Vediamo insieme alcuni consigli su come invogliare i vostri bambini a lavarsi le mani, senza dover assistere a capricci.

Come lavarsi le mani

Può sembrare un gesto semplice e scontato, ma in realtà non lo è. È importante insegnare ai bambini come lavare le mani in modo corretto. Cercate di non forzarli nel gesto ma di invitarli a lavarsi le mani come una sorta di gioco. I bambini non hanno bisogno di mille parole e spiegazioni ma di indicazioni ben precise e suggerite con dolcezza e fermezza, al tempo stesso. Vi consigliamo di seguire le seguenti linee guida:

  • Far scorrere l’acqua del rubinetto e bagnarsi le mani, sfregandole tra di loro fino a inumidirle totalmente.
  • Prendere il sapone e insaponare le mani con particolare cura. Insaponare dorso, dita, senza tralasciare le unghie. È proprio li che spesso si accumula la sporcizia. E, soprattutto nel caso di bambini piccoli che portano le mani alla bocca, è importante pulirle bene.
  • Sfregare le mani per almeno 20 secondi.
  • Risciacquare le mani con acqua pulita fino a eliminare tutto il sapone.
  • Asciugare per bene le mani con un asciugamano o una salvietta pulita.

Se, si necessita di igienizzazione mani ma non avete a disposizione acqua e sapone, potete ricorrere all’utilizzo del gel igienizzante. Metettene un pochino in una bottiglietta e portatelo sempre con voi in borsa, sicuramente vi sarà utile.

Quando bisogna lavarsi le mani

Le mani vanno lavate in alcuni particolari momenti della giornata, cioè prima di compiere alcuni azioni, e subito dopo. Vediamole insieme.

Le mani vanno lavate prima di:

  • mangiare
  • toccare alimenti
  • usare il bagno
  • iniziare a giocare
  • mettere il pigiama
  • andare a letto

Le mani vanno lavate dopo:

  • aver starnutito o tossito
  • aver giocato
  • aver utilizzato il bagno
  • essere rientrati a casa
  • aver mangiato
  • aver colorato
  • esser stato a contatto con altre persone

Per incoraggiare e stimolare i bambini a rispettare queste regole, armatevi di un bel foglio di carta e di pennarelli e disegnate insieme ai vostri piccoli tutti i momenti in cui è obbligatorio lavarsi le mani. Potete preparare un bel cartellone, da appendere sul muro o sul frigorifero, così da poterlo consultare ogni volta insieme. Un piccolo passo per responsabilizzare anche i più piccoli e renderli autonomi, coinvolgendoli in modo divertente e adatto alla loro età.

La filastrocca per insegnare ai bambini a lavarsi le mani

L’igiene e la cura delle mani è molto importante per prevenire il contagio e limitare il rischio di diffusione dei virus, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo legato alla pandemia da Covid19. Gli adulti, devono essere i primi a dare il buon esempio, spiegando ai più piccoli l’importanza dell’igiene e non imponendola loro come un obbligo. Vi proponiamo questa filastrocca, molto divertente e originale, da far ascoltare ia vostri bambini per insegnare loro a lavarsi correttamente le mani.

Cioccolato ai bambini: a quanti anni si può mangiare e in che quantità

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cioccolato ai bambini

Il cioccolato è sicuramente uno degli alimenti più richiesti, soprattutto dai bambini. Spesso viene riconosciuto come una sorta di premio o a fine pasto. È ricco di fosforo, magnesio e polifenoli. Consumare del cioccolato, non è dannoso per l’organismo, l’importante, ovviamente, è consumarne in quantità giuste, solo così potrà essere considerato un alleato del nostro organismo. Mangiare cioccolato in modo corretto, cioè senza esagerare, può portare grandi benefici all’organismo. Vediamo, insieme, come comportarsi di fronte alle richieste dei nostri figli quando si trovano davanti a una gustosa tavoletta di cioccolato e come rispondere alle seguenti, e frequenti, domane: A quanti anni si può dare il cioccolato ai bambini? Il cioccolato fa male? 

La cioccolata fa male?

La cioccolata non è il male assoluto come spesso si sente dire. Certo, come per ogni alimento, l’importante è non esagerare con il consumo. Ma quali sono i pro e i contro della cioccolata?

Se consumato correttamente e nelle giuste dosi, il cioccolato

  • è considerato un antidepressivo naturale,
  • ha anche moltissime proprietà antiossidanti fondamentali nella lotta contro l’invecchiamento cellulare,
  • ottima fonte di energia,
  • stimola muscoli e aiuta la memoria,
  • protegge le arterie, regolando la pressione.

Non bisogna esagerare con il consumo di cioccolato, perché:

  • contiene caffeina ed è acido. Per questo non bisogna consumarne in quantità eccessive, altrimenti si rischia bruciore di stomaco e diarrea,
  • può essere considerato un alimento allergizzante, anche se non tutti i medici la pensano così,
  • è un alimento eccitante, quindi è da evitare la sera o, comunque, prima di andare a letto,

Qual’è il cioccolato più adatto ai bambini?

L’importante è scegliere un cioccolato che sia di buona qualità, evitando quelli industriali. Sicuramente, il cioccolato fondente è quello consigliato per i più piccoli, in quanto contiene una più alta percentuale di cacao ed è il più ricco di flavonoidi considerati potenti antiossidanti. Ma alcune qualità, come un maggiore contenuto di vitamina A e di calcio, si trovano solo nelle varietà al latte, proprio quella preferita dai bambini.

Cioccolato bambini: a quanti anni si può mangiare

Per i motivi sopra indicati, solitamente è meglio che i bambini troppo piccoli evitino di consumare cioccolato. La cioccolata, contrariamente a quanto si possa pensare, è un alimento che non provoca difficoltà di digestione e, quindi, può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. L’importante è non esagerare con la quantità e aspettare che il bambino abbia compiuto i due anni di vita. In ogni caso, prima di inserire la cioccolata nell’alimentazione del proprio bambino, è necessario consultare il pediatra che indicherà le dosi adatte in base alle condizioni del piccolo.

Come spiegare l’ordine ai bambini con il metodo Montessori

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spiegare l'ordine ai bambini

Quante volte vi sarà capitato di dover ripetere ai vostri figli di mettere in odine la stanza? E, quante altrettante  volte, di fronte al loro ennesimo rifiuto siete finiti voi a mettere in ordine pur di non vedere i giocattoli sparsi sul pavimento? È tutto all’ordine del giorno. Ai bambini non piace mettere in ordine, ma non perché amino vivere nella confusione. Anche per loro un ambiente ordinato equivale a una maggior concentrazione sulle attività da svolgere. Vediamo, ora, alcuni trucchetti per spiegare l’ordine ai bambini, seguendo i consigli della famosa pedagogista Maria Montessori.

A che età i bambini dovrebbero rimettere in ordine la propria stanza?

Non c’è un’età giusta. Ma, è importante, evitare l’errore di pensare che bambini ancora piccoli non possano comprendere il meccanismo del riordinare la loro stanza. È giusto tramandare le buoni abitudini sin dalla tenera età. L’importante è che il bambino stia almeno seduto da solo.

Come spiegare l’ordine ai bambini

Tanto per cominciare è importante mantenere una coerenza nell’insegnamento. Il bambino deve percepire che tutti gli adulti intorno a lui sono sicuri di ciò che gli stanno dicendo e che stanno seguendo una linea comune. Alcuni suggerimenti utili per aiutare il bambino a vivere serenamente il riordinare la sua stanza potrebbero essere:

  • trasformare il tutto in un gioco. Quando i bambini sono molto piccoli, aiutateli e comprendete il modo migliore per approcciarvi a loro. Fate immaginare al bambino che ogni cesta sia un piccolo canestro e il giocattolo da riordinare, un punto da segnare.
  • è importante non mettere ansia e fretta al bambino. Dategli il tempo di cui ha bisogno per riordinare a modo suo.
  • siate voi genitori i primi a dare l’esempio. Non chiedete al bambino di mettere in ordine la sua stanza se voi siete i primi a non farlo. Fatevi aiutare anche voi, facendovi vedere sereni mentre lo fate e non scocciati. Dovete far arrivare al piccolo il messaggio che il mettere in ordine è un gesto di buon senso e rispetto.
  • non arrendetevi di fronte al rifiuto del bambino. Se si renderà conto che tanto ci sarà sempre qualcuno al posto suo che rimetterà in ordine le sue cose, non comprenderà mai di doverlo fare da solo.
  • piuttosto, riordinate la stanza insieme.

Anche l’arredamento è importante per l’autonomia del bambino

Ovviamente, per permettere al bambino di mettere in ordine la propria stanza deve averne pieno accesso in sicurezza. Ad esempio:

  • i cassetti e i ripiani devono essere alla sua altezza
  • tutto ciò che è necessario per riporre giocattoli, libri e colori deve essere a misura del bambino
  • i cesti per raccogliere i giocattoli non dovrebbero essere troppo grandi. Sicuramente si impiega meno tempo ma il bambino deve capire che mettere in ordine deve essere fatto con calma e cognizione di causa. È più utile che differenzi i giocattoli in base al suo interesse.

La natura spiegata ai bambini

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la natura spiegata ai bambini

Natura e bambini è un connubio molto forte. I bambini sono curiosi di tutto ciò che li circonda. Basta portarli in un parco e non potrà passare inosservato lo stupore con il quale osserveranno gli alberi, le piante, i fiorellini, gli uccellini, ecc. La gioia e le emozioni provate nel correre all’aria aperta o a piedi nudi sul prato, sono un qualcosa che ricorderanno anche da adulti. Per questo, è importante tutelare questo loro entusiasmo e convogliarlo nel cercare di renderli, per il futuro, adulti più consapevoli e attenti all’ambiente. I bambini, sono come un foglio bianco, tutti da scrivere e formare, ed è qui che entrano in gioco i genitori. Sono loro, i primi da cui il bambino trarrà esempio. Un compito di grande responsabilità e orgoglio. Vediamo insieme, alcuni suggerimenti per i genitori, nell’affrontare la natura spiegata ai bambini. 

La natura spiegata ai bambini: predisporli al contatto con la natura

Non tutti i bambini hanno la fortuna di crescere in un ambiente circondato da verde. Sono molti coloro che vivono in appartamenti e lontani da parchi e prati. Questo, però, non vuol dire che il bambino non possa esser avvicinato ugualmente al mondo della natura. È importante che loro conoscano i benefici che la natura ci offre e di quanto noi esseri viventi dobbiamo esserle grati. Sono veramente tanti i modi per spiegare ai bambini e far comprendere loro le sensazioni legate al contatto ravvicinato con la natura. Alcuni, sono anche molto divertenti. Vediamoli insieme.

Creare un piccolo orto in giardino o sul balcone di casa

Se avete a disposizione un pezzetto di terra o anche un semplice balcone potrete trasformare i vostri piccoli in veri e propri contadini. Basterà piantare qualche semino e insegnare al bambino a prendersene cura. Dovrà ricordare di annaffiare la terra e controllare la crescita della piantina. Permetterà al bambino di responsabilizzarsi e di capire da dove arrivano le verdure e la frutta che si ritrova in tavola. Sarà una grande soddisfazione per lui vedere il suo semino, curato e accudito, trasformarsi in una vera e propria piantina. E poi, invitateli a mangiare la frutta e la verdura che hanno coltivato. Sarà per lui una grande lezione di vita.

Non sprecare l’acqua e insegnare la raccolta differenziata

Un altro punto importante per trasmettere ai figli il rispetto per l’ambiente e la natura è quello di “non sprecare” e “non inquinare“. Aiutandovi, magari, con qualche libro adatto all’argomento, prendetevi del tempo per spiegare ai bambini l’importanza e il lusso di possedere acqua potabile e pulita sempre a disposizione e di far vedere come rispettare l’ambiente attraverso la raccolta differenziata.

Rispettare gli animali

Crescere in compagnia di un animale domestico è una fortuna, ma non tutti, ovviamente, ne hanno la possibilità. Accudire un animale è una grande responsabilità che richiede sacrifici e tempo a disposizione, per questo è importante che i bambini comprendano che anche gli animali sono esseri viventi con dei sentimenti, e non dei giocattoli. E, una volta, preso l’impegno di accogliere in casa un animale, deve essere per sempre. Per chi, non ha la possibilità di allargare la famiglia con un amica a quattro zampe, consigliamo di portare i bambini a visitare fattorie didattiche e incoraggiarli, così, a familiarizzare con la natura e gli animali.

Favismo nei bambini: cos’è, sintomi e come si previene

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favismo nei bambini

Molto spesso sentiamo parlare di favismo. Ma cos’è esattamente? Come possiamo capire se il nostro bambino ne è affetto? Partiamo dal presupposto che si tratta di una condizione abbastanza rara. Si stima, infatti, che in Italia ne sia affetto, circa il 10% della popolazione. Trattandosi, però, di una malattia genetica, che se non presa in tempo può scatenare reazioni che possono provocare gravi danni e, anche la morte, è importante saperne di più. Vediamo, insieme tutto quello che c’è da sapere sul favismo, in generale, e sul favismo nei bambini.

Favismo: cos’è

Il favismo è una malattia genetica che si mostra sotto forma di anemia emolitica acuta. È una malattia ereditaria, dovuta al deficit dell’enzima G6PD (glucosio 6 fosfato deidrogenasi). Questa condizione viene scatenata quando si ingeriscono le fave. Chi è affetto da favismo presenta una carenza dell’enzima G6PD. Questo enzima è contenuto nei globuli rossi e serve a proteggerli dall’ossidazione che può essere provocata da molecole derivate dal metabolismo dell’ossigeno. I bambini affetti da favismo, dunque, non producendo abbastanza G6PD, nel momento in cui ingeriscono delle fave entrano in contatto con le due sostanze contenute in esse (la vicina e la convicina) che provocano danni ossidativi ai globuli rossi. Se c’è abbastanza G6PD non succede nulla, ma in caso contrario, può comportare, se la crisi non viene curata velocemente, anche la morte.

Favismo nei bambini sintomi

È molto difficile diagnosticare il favismo in un bambino, prima che si presenti una crisi. I bambini sono più esposti a crisi perché c’è un rapporto maggiore, rispetto agli adulti, tra quantità di fave assunte e peso. Comunque, solitamente, il primo episodio si manifesta in età compresa tra i 2 e i 10 anni.

Se, dunque, il vostro bambino ha ingerito delle fave (negli ultimi 2-3 giorni) e presenta i seguenti sintomi, potreste pensare al favismo.

Nei casi più lievi, può accadere:

  • pallore
  • stanchezza
  • lieve ittero
  • urine più scure

Nelle forme più gravi, invece: 

  • il bambino è molto sofferente
  • colorito pallido o giallognolo
  • presenta dolore addominale
  • tachicardia
  • pressione bassa
  • febbre
  • urine scure

In ogni caso, in presenza di questi sintomi è necessario contattare il medico che valuterà la gravità dell’episodio. Alcune crisi, ad esempio, richiedono ospedalizzazione e necessità di trasfusione per prevenire possibili danni renali.

Come prevenire il favismo

Trattandosi di una malattia genetica, ovviamente non è possibile guarire. È però possibile prevenire eventuali crisi, una volta riconosciuto il favismo. Basterà non consumare fave e alcuni tipi di farmaci. Recenti studi hanno stabilito che il favismo non è ricollegabile anche a tutti gli altri legumi. Dunque, alcuni di essi si potrebbero assumere con tranquillità perché contengono una quantità minima delle sostanze che sono, invece, presenti in quantità elevata solo nelle fave. In ogni caso, è necessario consultare il medico per qualunque dubbio.

Tatuaggi e piercing in gravidanza e allattamento: ecco quello che c’è da sapere

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tatuaggi e piercing in gravidanza

Tatuaggi e piercing sono ormai all’ordine del giorno. Molto spesso il desiderio di imprimere un momento magico sul proprio corpo è talmente alto da non avere la pazienza di aspettare. Ma, cosa succede se in quel preciso momento la mamma è in dolce attesa? Quali sono i rischi legati ai tatuaggi in gravidanza e allattamento? Vediamoli insieme.

Tatuaggio in gravidanza

Ovviamente, il consiglio di qualsiasi medico e tatuatore sarà quello di aspettare che passino il parto e l’allattamento prima di prenotare un tatuaggio. Questo per diversi motivi. Durante la gravidanza, infatti:

  • la pelle è più delicata: quindi aumenta il rischio di infezioni e allergie
  • le difese immunitarie diminuiscono: aumenta il rischio di contrarre patologie infettive, tipo l’epatite
  • gli agenti chimici e le tossine contenute all’interno dell’inchiostro possono raggiungere il feto e creare qualche danno.

Per chi, invece, avesse già dei tatuaggi fatti prima di rimanere incinta, l’unico dubbio potrebbe ricollegarsi al cambiamento della forma del proprio corpo e come e quanto questo influirà sul disegno impresso sulla pelle. Non si ha una risposta univoca, ovviamente dipende dall’elasticità della pelle della donna, dai chili presi e dall’eventuale presenza di smagliature. Sicuramente, i tatuaggi sulla pancia, inguine e seno, sono quelli più esposti, in quanto si trovano nelle zone che tendono a modificarsi maggiormente quando sta per arrivare un bambino. Comunque, non allarmatevi prima del previsto, una volta nato il bambino e terminato l’allattamento potrete tornare dal vostro tatuatore di fiducia e farvi sistemare eventuali imperfezioni comparse. Inoltre, è giusto sottolineare che un tatuaggio sulla pancia o sulla schiena non influenzano la possibilità di ricorrere a un parto cesareo o di essere sottoposti a epidurale. 

Piercing e Tatuaggi in allattamento

La delicata condizione legata alla gravidanza si ritrova anche durante l’allattamento. Quindi per prenotare piercing e tatuaggio in allattamento è sempre consigliato aspettare.

Piercing ombelico gravidanza

Stesso discorso fatto per i tatuaggi in gravidanza, vale anche per chi intendesse fare un piercing quando si è in dolce attesa, meglio aspettare. La pelle è delicata e le difese immunitarie basse, quindi il rischio di infezioni e allergie legate al metallo utilizzato possono creare problemi. Quindi, anche in questo caso, prima di fare un piercing è meglio aspettare di terminare anche l’allattamento. Per quanto riguarda, invece, i piercing già fatti, quindi prima della gravidanza, almeno fino al momento del parto, non sarà necessario toglierli, se la donna non sente alcun fastidio. Magari, nel caso di piercing all’ombelico, ovviamente con il passare dei mesi e con la crescita della pancia, sarà necessario cambiare la dimensione del gioiello. Per chi avesse il piercing al capezzolo, si consiglia vivamente, di toglierlo durante l’allattamento. Non interferisce in alcun modo con la montata lattea ma ovviamente risulta molto pericoloso in casa di allattamento al seno, in quanto il bambino potrebbe ingerirlo, oltre a risultare poco igienico.

Viaggiare in aereo con bambini

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Viaggiare in aereo con i bambini non è sempre semplice, ma è senz’altro possibile con una buona organizzazione. Alcuni consigli sono:

  • procurarsi un passeggino leggero e facilmente richiudibile che possa essere sistemato in cabina (se la compagnia lo permette)
  • prenotare dei posti comodi, vicino ai finestrini per mostrare ai bimbi il mondo dall’alto, o dal lato corridoio se pensi che tuo figlio vorrà muoversi durante il volo
  • portare dei giochi per intrattenerli e un ciuccio o qualcosa da bere al decollo e all’atterraggio per evitare problemi dovuti al cambio di pressione
  • essere tra i primi o gli ultimi a salire sull’aereo, per potersi sistemare con calma e senza la fretta messa dagli altri passeggeri

Il primo volo aereo è un momento importante e per questo motivo potete richiedere alla compagnia aerea un simpatico diploma che lo certifichi. Il certificato di battesimo del volo (detto anche battesimo dell’aria) sarà un bel ricordo da conservare per il vostro bambino.

Bambini in aereo: le norme delle compagnie aeree

Di solito le compagnie aeree dividono i bambini in due categorie: i neonati da 0 a 2 anni e i bambini con età maggiore di 2 anni.

I neonati possono viaggiare in aereo da quando hanno due settimane di vita e possono essere tenuti in braccio da un genitore. In questo modo di solito i neonati viaggiano gratis oppure pagano solo le tasse aeroportuali. È possibile anche richiedere alla compagnia aerea uno speciale seggiolino per farli viaggiare nel loro posto; in questo caso verrà applicata una tariffa. Ogni compagnia ha le sue regole per quanto riguarda i bagagli dei neonati, a volte è permesso portare a bordo un bagaglio extra (oltre al passeggino che non conta come bagaglio a mano). Questo può contenere prodotti per l’alimentazione e l’igiene del piccolo necessari durante il volo, anche liquidi e in quantità superiore a 1 litro.

Se hanno più di 2 anni, i bambini pagano in aereo e hanno sempre il loro posto a sedere. La tariffa può essere uguale a quella per gli adulti (in generale con le compagnie low cost) o ridotta. Hanno diritto allo stesso bagaglio previsto per gli adulti.

Bambini in aereo: documenti necessari

Per viaggiare in aereo è sempre necessario un documento d’identità personale del bambino. In passato i bimbi potevano essere iscritti sul passaporto dei genitori, ma dal 2012 non è più possibile e tutti devono avere il passaporto individuale. Questo documento è fondamentale per i voli verso destinazioni extra Schengen. Per i voli nazionali o all’interno dell’Unione Europea è sufficiente avere la carta d’identità del bambino. Per il rilascio del passaporto o di una carta d’identità valida per l’espatrio entrambi i genitori devono firmare la dichiarazione di assenso all’espatrio.

Al momento della domanda del passaporto o della carta d’identità bisogna presentare una fototessera del bambino, conforme alle nome ICAO (sfondo bianco, occhi aperti,…). Puoi scattare una fototessera fai da te con l’aiuto di Passport Photo Online. Se il tuo bambino è molto piccolo potrai prendere la foto mentre è sdraiato sulla schiena e fare attenzione che abbia gli occhi aperti. Questa applicazione si occuperà poi di trasformare la tua foto in una fototessera corretta, modificando lo sfondo e verificando la presenza di tutti i requisiti.

I minori di 14 anni possono volare solo se accompagnati da un adulto. Se non è un genitore, è necessario che il bambino abbia un ulteriore documento: la dichiarazione di accompagnamento (un’autorizzazione della Questura che permette al bambino di compiere un determinato viaggio senza i genitori).

Unghie del neonato: come e quando tagliarle

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unghie del neonato

Tagliare le unghie del neonato rientra le le cose che spaventa di più un neo genitore. Sarà perché, nei bimbi appena nati, quelle manine piccoline e le unghie così morbide, aumentano la paura di fare male al piccolo. In realtà, avrete sicuramente notato che i bambini, già appena nati, hanno delle unghie molto lunghe. Una volta, infatti, per evitare che si graffiassero il viso, visti i loro movimenti incontrollati, e graffiassero anche la mamma, venivano messi dei guantini. Ora, non si usano praticamente più, visto che il contatto del bambino è l’unico modo che ha, appena venuto al mondo, di esplorare ciò che lo circonda. Vediamo ora come aiutare i futuri o neo genitori a tagliare le unghie al proprio piccolo.

Unghie del neonato: quando e come tagliarle

Solitamente, si consiglia di aspettare che il bambino abbia compiuto il primo mese di vita, prima di procedere con il taglio delle unghie. Visto però che le unghie dei piccoli possono trasformarsi in vere e proprie armi, per se stessi e per le altre persone, già dai primi giorni, nel caso in cui notaste un’unghia particolarmente lunga o seghettata, con le dovute accortezze, potrete procedere con una limetta da unghie di cartone (quelle morbide per i bambini) per sistemarla. Poi, passato il primo mese di vita, potete utilizzare tranquillamente le forbicine adatte per i bambini, quelle con la punta arrotondata. Soprattutto, quando parliamo di neonati, sarebbe opportuno procedere con il taglio delle unghie mentre il bambino dorme. Così da evitare movimenti bruschi e improvvisi che potrebbero portare a ferirlo inavvertitamente. È importante tagliare le unghie non troppo corte, per evitare il rischio che sanguinino.

Unghie del neonato: ogni quanto vanno tagliate

Ogni bambino è diverso. Dovranno essere i genitori a monitorare la lunghezza opportuna delle unghie del piccolo. Diciamo, però, che in linea di massima, le unghie delle mani crescono molto velocemente e potrebbe essere il caso di tagliarle anche una volta a settimana. Le unghie dei piedi, invece, crescono meno velocemente. 

Cosa fare in caso di sanguinamento

Se dovesse capire di provocare una piccola ferita sul polpastrello del bambino non ci si deve colpevolizzare troppo. Sono cose che possono capire, vista la scarsa collaborazione dei bambini. In questo caso, basterà sciacquare la ferita con acqua fredda e sapone, applicando una leggere pressione con un fazzolettino. Non è necessario mettere creme o disinfettanti, in quanto il bambino potrebbe mettersi le dita in bocca e ingerirle.

Perché è importante tagliare le unghie ai bambini

Le unghie ai piccoli vanno tagliate, sia per evitare che possano ferirsi o ferire altre persone. Ma anche perché un’unghia troppo lunga permette alla sporcizia di depositarsi al di sotto. E i bimbi mettono molto spesso le mani in bocca. Tagliare le unghie riduce il rischio di ingerire questa sporcizia.

Acufene in gravidanza: cause e rimedi

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acufene in gravidanza

Durante la gravidanza il corpo di ogni donna subisce cambiamenti fisici e ormonali. Man mano che si procede con i mesi di gestazione, possono aumentare anche i fastidi percepiti dalla futura mamma. Le nausee, il gonfiore, la stitichezza, sono disturbi molto frequenti e di cui si parla molto. Meno conosciuto ma ugualmente tanto diffuso durante la gravidanza è l’acufene.

Acufene in gravidanza cos’è?

Per acufene si intende quel rumore, fischio, ronzio, simile al canto delle cicale, che senza alcun apparente motivo si percepisce nelle orecchie. Si tratta di un rumore che gli altri, ovviamente, non sentono. È un rumore molto fioco ma ugualmente fastidioso e, nei casi più gravi, può anche diventare invalidante. Durante il giorno, il fastidio si percepisce di meno, in quanto coperto dai rumori dell’ambiente, ma di notte, nel silenzio totale, può diventare difficile ignorarlo. Recenti studi rivelano, infatti, una maggiore predisposizione delle donne a sviluppare acufene in gravidanza. Tuttavia, è importante sottolineare che gli acufeni durante la gravidanza tendono, quasi sempre, a scomparire dopo il parto. Così come compaiono, così se ne andranno. L’importante è non farsi prendere dal panico e cercare di essere serene, in quanto lo stato d’animo influisce molto, sia sul benessere generale della mamma in dolce attesa, che sull’intensità dell’acufene. Stress e ansia amplificheranno la percezione del ronzio, portando la mamma ad agitarsi molto più del dovuto. Vediamo insieme le cause e i rimedi.

Acufeni in gravidanza cause

Le cause legate alla presenza di un acufene pulsante in gravidanza non sono riconducibili a problemi legati all’udito. Ma, dipendono, dall’aumento del flusso sanguigno e degli sbalzi ormonali. Quindi:

  • Aumento del flusso sanguigno, tipico della gravidanza.
  • Ipertensione, aumenta la pressione del sangue e di conseguenza sono più soggette alla comparsa degli acufeni.
  • Sbalzi ormonali, l’aumento di progesterone stimola lo scorrimento dei vasi sanguigni e influenza la pressione del sangue, dunque anche a livello dell’orecchio.

Acufeni in gravidanza rimedi

Come già detto, così come si presentano, gli acufeni tenderanno a scomparire subito dopo il parto. Prima di quel momento non esiste un rimedio o cura, esistono però dei rimedi per conviverci durante la gravidanza e renderlo meno fastidioso.

  • Rilassarsi e stare serene. Sappiamo che si tratta di un rumore molto fastidioso che va a minare già un equilibrio difficile, visto il periodo delicato e contornato di paure e preoccupazioni. Però è importante che la futura mamma non si agiti e mantenga la calma. Solo così, si eviterà la sensazione che l’acufene si amplifichi ancora di più. Uno stato d’animo calmo, renderà la presenza dell’acufene più gestibile.
  • Magiare sano. Durante la gravidanza, acufene a parte, la futura mamma deve mantenere un’alimentazione sana e corretta. Mangiare tanta verdura, frutta e bere molta acqua. Vi aiuterà a ridurre la percezione degli acufeni.
  • Ascoltare rumori bianchi. Sarebbero i suoni della natura che aiuteranno, non solo a mascherare l’acufene, ma anche a rilassare la mamma e il bambino nella pancia. Esistono proprio degli strumenti in grado di riprodurli.

Se, anche dopo il parto, l’acufene non dovesse scomparire si consiglia di contattare uno specialista.

Uova in gravidanza: quali sono i rischi e come consumarle

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uova in gravidanza

Le uova in gravidanza sono un alimento molto controverso nell’alimentazione delle future mamme. Vediamo insieme rischi e benefici di questo alimento.

Uova in gravidanza: si possono mangiare?

Assolutamente si, l’importante è che siano cotte. In gravidanza, si sa, mangiare alimenti crudi o poco cotti può essere molto dannoso per il feto, per questo è necessario che sia il ginecologo a indicarvi cosa e come mangiare, per evitare qualsiasi tipo di rischio. Le uova sono ricche di proteine, pertanto, non andrebbero mai eliminate dalla propria alimentazione, ma, l’argomento “uova in gravidanza” ha sempre destato molti dubbi. Vediamo insieme di chiarire alcuni concetti.

  • UOVA CRUDE, ASSOLUTAMENTE DA ESCLUDERE IN GRAVIDANZA. Le uova crude o poco cotte, così come le preparazioni che derivano dall’utilizzo dell’uovo poco cotto o crudo (tipo la maionese fatta in casa), in gravidanza non vanno mai consumate. Il rischio è quello di contrarre la salmonellosi.
  • UOVA COTTE, ASSOLUTAMENTE SI POSSONO CONSUMARE IN GRAVIDANZA. Le uova cotte, così come i prodotti industrializzati, non sono rischiose, poiché solitamente vengono pastorizzate. Quindi le uova cotte si possono consumare in gravidanza ma è necessario prestare ugualmente alcune accortezze.

Uova in gravidanza: consigli utili su come prepararle in sicurezza

Come già detto, le uova, se cotte, possono essere consumate in sicurezza durante la gravidanza. Sono tantissime le ricette e i metodi per preparale e sfruttare appieno le loro proprietà benefiche. Se siete incinta e avete voglia di mangiare delle uova, potete preparare una bella frittata oppure un uovo sodo. 

Uova crude in gravidanza: rischio salmonella

Il rischio, durante la gravidanza, legato al consumo di uova crude è quello di contrarre la salmonellosi. La salmonella è un batterio capace di causare infezioni sia nell’uomo sia negli animali. Solitamente viene trasmessa da batteri presenti nell’intestino di uccelli e mammiferi sani, che possono facilmente essere trasmessi all’uomo provocando una vera e propria intossicazione. Tra i sintomi per riconoscere la salmonella, troviamo: nausea, vomito, crampi addominali, febbre e mal di testa. Stessi sintomi potrebbero presentarsi in caso di salmonellosi in gravidanzaLa salmonella in gravidanza può essere veramente molto pericolosa. Se contratta durante i 9 mesi di gestazione, la salmonella può apportare un riduzione dell’ossigeno alla placenta e alterazioni metaboliche che possono compromettere lo sviluppo del feto. Nei casi più gravi, può provocare anche aborto o parto prematuro.

 

Sindrome dell’ovaio policistico, cause e cure

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Oggigiorno si sente sempre più parlare della sindrome dell’ovaio policistico. E’ presente tra il 5 e il 10% della popolazione femminile ed è una delle cause principali di infertilità nelle donne. Ma quali sono i sintomi? Com’ è possibile curare questa sindrome?

I sintomi

I primi segnali si presentano, tendenzialmente, in età adolescenziale per poi aggravarsi durante la maturità della donna. Un primo indizio può essere la crescita precoce di peluria e di gravi forme di acne. I sintomi tipici, tuttavia, li riscontriamo con un aumento di peso che tende all’obesità e con un ciclo altamente irregolare o amenorrea. L’aumento di peso, in modo particolare, è un forte campanello di allarme soprattutto nei momenti in cui si passa rapidamente da un peso corporeo nella norma all’obesità. Molte volte questo processo avviene rapidamente e senza che ci siano cause legate a vita sedentaria o cattiva alimentazione. A questo si aggiungono alcuni aspetti psichiatrici, tra cui un aumento di stati depressivi e stati ansiosi. Si affiancano a questi mal di testa frequente e sbalzi di umore. Bisogna prestare attenzione anche alla colorazione della pelle, soprattutto in alcune zone del corpo. Possono apparire sezioni di pelle scura in zone tipo quella periascellare, sulla nuca, sulle pieghe cutanee e su nocche e gomiti. La causa di questa colorazione la si trova nell’alto tasso di insulina determinati dall’insulino-resistenza.

La diagnosi

Una volta constatati i sintomi appena elencati, bisogna urgentemente prende un appuntamento con il ginecologo, in modo che possa stipulare una diagnosi dettagliata. L’esame svolto dal ginecologo mostra, tendenzialmente, un aumento di muco cervicale, che riflette alti livelli di estrogeni. A questo punto, si compie un test di gravidanza e un test per calcolare i livelli di testosterone sierico, del FSH. Si controlla inoltre la prolattina e si studia l’ormone che stimola la tiroide. I medici più meticolosi svolgono anche un’ecografia pelvica per escludere altre patologie. La diagnosi avviene se su tre elementi se ne riscontrano due, ovvero: disfunzione ovulatoria, che è poi la causa del ciclo irregolare, evidenza chimica e biochimica di iperandrogenismo, > 10 follicoli per ovaio, solitamente riconoscibili perché presenti intorno alla zona periferica ed assumono la forma di un giro di perle.

Cura e trattamento

Effettuata la diagnosi, il ginecologo procede con la cura adatta. Solitamente si prescrive l’assunzione della pillola contraccettiva. Contrastare la sindrome da ovaio policistico oggi è facile anche tramite l’utilizzo di integratori specifici. Come Chirofert plus che contrasta efficacemente il problema. Non solo. E’ anche indicato per contrastare tutti i disagi conseguenti la patologia. Acquistarlo è semplice e veloce. Basta collegarsi al sito apposito https://www.efarma.com/chirofert-plus-cpr.html e acquistarlo in pochi secondi.

Le terapie in uso oggi

A questa terapia si affianca la tabella per un nuovo stile di vita che permetta alla donna di perdere peso e di ritornare ad un regime di tranquillità dal punto di vista della salute mentale. L’attività fisica, inoltre, può indurre il processo di ovulazione e dare maggiore regolarità al ciclo mestruale. Si consiglia un progestinico intermittente o contraccettivi orali per prevenire la formazione di cancro o endometrite. La metformina da 500 o da 1000 mg viene utilizzata nelle donne per aumentare la sensibilità dell’insulina se le modifiche dello stile di vita si dovessero rivelare insufficienti. Con questa cura si può anche ridurre la produzione di testosterone. Per combattere l’infertilità si utilizza il clomifene unito ad una strategia per perdere peso rapidamente. Si evitano i contraccettivi per quelle donne che vogliono avere figli e si punta tutto sul clomifene e, a questo, si aggiunge la prescrizione di una valutazione riguardante differenti fattori: indice di massa corporea, valore della pressione sanguigna e della tolleranza al glucosio orale. Per quanto riguarda il trattamento dell’acne, tendenzialmente si utilizzano farmaci abituali o da banco. Un esempio può essere la crema alla tretinoina o il perossido di benzoile.
Quindi, ci troviamo di fronte ad una sindrome fastidiosa ma che combattuta con la giusta diagnosi può non interferire con la nostra vita di tutti i giorni.

Quando si può dare l’uovo ai bambini? Consigli e ricette

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uova nell'alimentazione del bambino

L’uovo rappresenta un alimento importante nell’alimentazione dei bambini. Ovviamente, è importante sapere quando e come introdurlo. Quando il piccolo si avvicina alla fase dello svezzamento, la confusione e la preoccupazione presenti nella neomamma sono sempre molto alte. Quando iniziare con lo svezzamento? Quali alimenti è meglio evitare all’inizio? Sicuramente l’uovo rientra tra gli alimenti da inserire gradualmente, una volta compiuto il primo anno di età. Questo perché le uova possono essere considerate possibili allergizzanti. Le uova rientrano tra gli alimenti essenziali nell’alimentazione del bambini, contengono aminoacidi, sono ricche di sali minerali molto importanti, come il calcio, il potassio, l’acido folico e la riboflavina. Quindi, vediamo insieme quando si può dare l’uovo ai bambini e come inserirlo gradualmente.

Le uova nell’alimentazione di un bambino
: quando darle

Ovviamente, è importante farsi seguire dal proprio pediatra nello svezzamento del bambino. Comunque, le linee guida indicano che l’uovo ai bambini andrebbe dato solo dopo il compimento del primo anno di vita, a svezzamento già avviato, e andrebbe inserito gradualmente.

Come introdurre le uova nell’alimentazione del bambino

Ovviamente, l‘uovo deve essere cotto. Si inizia a dare solo la parte “rossa” cuocendo l’uovo sodo e separando il tuorlo dall’albume. Fate assaggiare al bambino una piccola porzione, ad esempio aggiunta alla sua pappa, fino ad aumentare la quantità e arrivare alla somministrazione di un tuorlo intero. L’inserimento graduale dell’uovo è sempre legato alla questione della possibilità che si possano presentare allergie o intolleranze a questo alimento. Se il bambino dimostra di non avere problemi, potrete inserire anche l’albume  Una volta escluse allergie, il bambino può mangiare 1-2 uova a settimana.

Come cucinare l’uovo ai bambini

Inizialmente si consiglia di inserire l’uovo all’interno del passato di verdure, ma di ricette se ne possono realizzare tantissime. Andiamo, però, a consigliarvi una ricetta per proporre per la prima volta l’uovo al vostro bambino.

Prima pappa con tuorlo d’uovo
  1. Iniziate lessando bene l’uovo: mettetelo in una pentolino con acqua fredda, tanta da coprire interamente l’uovo. Portare l’acqua a ebollizione l’acqua e, da quel momento, lasciare cuocere per 10 minuti. Passati i minuti, spegnere il fuoco e lasciar raffreddare l’acqua e l’uovo. Magari, aiutate con un bel getto di acqua fredda.
  2. Sgusciate l’uovo ed apritelo. Prendete quindi il tuorlo, che assolutamente deve essere ben cotto, e lasciate da parte l’albume.
  3. Preparate la pastina che metterete nel passato di verdure.
  4. A cottura ultimata, unite metà dell’uovo sbriciolato dentro alla pappa, con parmigiano e olio. Lasciate invece metà tuorlo che sbriciolerete sopra.
  5. La prima pappa è pronta!

Disturbo dell’attenzione nei bambini: cause, sintomi e trattamento

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disturbo dell'attenzione

Il disturbo dell’attenzione (ADHD) rientra nei più comuni disturbi neurocomportamentali, riscontrabili durante i primi anni di età. I principali campanelli d’allarme legati a questo disturbo sono:

  • iperattività
  • difficoltà di attenzione
  • impulsività

È importante sapere che avere dei bambini particolarmente vivaci, curiosi e distratti, può essere assolutamente normale. È una fase tipica che non deve assolutamente essere confusa con l’ADHD. Tuttavia, qualora si sospetti che il comportamento sia diverso da quello dei coetanei, è opportuno rivolgersi al pediatra.

Disturbo dell’attenzione nei bambini cause

Le cause legate al disturbo dell’attenzione non sono ancora state riconosciute ufficialmente. Secondo diverse ricerche, le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD, rientrerebbero tra:

  • Fattori genetici. Diversi studi hanno identificato una familiarità nello sviluppo della ADHD, legata a una componente genetica. La trasmissione genetica, dunque, inciderebbe sul disturbo.
  • Comportamenti tenuti durante la gravidanza. Sembrerebbe che il consumo di alcol e fumo durante la gestazione incida sulla trasmissione della sindrome. Tali fattori potrebbero implicare danni cerebrali o particolari difficoltà per il feto.
  • Abitudine quotidiane scorrette. Secondo una ricerca americana passare troppe ore davanti alla televisione influirebbe sullo sviluppo dei disordini dell’attenzione e iperattività. Le conseguenze non sarebbero scatenate dai contenuti trasmessi, bensì dalle sequenza troppo rapida delle immagini, che viste in tenera età possono alterare lo sviluppo del cervello.
  • Rapporti conflittuali in famiglia. Creare rapporti non sani tra genitori e bambino, può provocare un aumento della probabilità di manifestare questo disturbo.

Disturbo dell’attenzione nei bambini sintomi

I sintomi del disturbo da deficit dell’attenzione sono evidenti in quei bambini che mostrano particolare difficoltà nello svolgere alcuni compiti ben precisi, che richiedono costanza e pazienza, bambini che non riescono a rimanere fermi e composti, magari durante i pasti o davanti alla tv, e passano da un’attività all’altra senza completarne nessuna. Questi sintomi, ovviamente, provocano nel bambino stesso un senso di frustrazione e inadeguatezza. I sintomi chiave legati a questa condizione sono la disattenzione, l’iperattività e l’impulsività. Sintomi che devono esser notati per almeno 6 mesi, nell’arco dei primi sette anni di vita del bambini.

I bambini con ADHD mostrano:

  • iperattività – impulsività. Il bambino gioca in modo confusionario e rumoroso. Non riesce a gestire il tono della voce, utilizzando sempre la stessa intensità per ogni espressione trasmessa. Interrompe le persone che parlano o che stanno svolgendo delle attività, senza essere in grado di portare pazienza e comprendere il momento giusto per intervenire.
  • mostrano eccessiva vivacità, e fanno difficoltà a rimanere fermi. Sono sempre in movimento.
  • non riescono a concentrarsi per lunghi periodi. Si distraggono molto facilmente.
  • possono manifestare serie difficoltà di apprendimento che rischiano di farli restare indietro rispetto ai compagni di classe, con danni emotivi

Disturbo dell’attenzione nei bambini trattamento

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) può essere curato con la psicoterapia o con un trattamento multimodale, cioè una combinazione di farmaci e psicoterapia. Sarà il medico a stabilire quale tipo di approccio sarà necessario.

Il bagnetto del neonato: quando farlo, cosa serve e qual’è la temperatura giusta

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il bagnetto del neonato

Il bagnetto è un momento molto delicato, soprattutto quando i bambini sono molto piccoli. Ovviamente, non essendo in grado di esprimersi, sono i genitori a dover prestare attenzione a ogni cosa: orario migliore, temperatura, distanza dai pasti, ecc. In realtà, è necessario seguire alcune semplici regole per far si che il momento del bagnetto diventi una situazione di relax e divertimento per tutta la famiglia.

L’orario migliore per fare il bagnetto

Non esiste, per regola, un orario più giusto per fare il bagnetto al piccolo. Sicuramente, proprio per rendere il momento rilassante e intimo, sarebbe meglio farlo la sera, prima di andare a letto. Così che il bambino possa rilassarsi. Inoltre, sarebbe meglio farlo sempre alla stessa ora, così da instaurare una vera routine.

Il bagnetto del neonato: cosa occorre

Ovviamente, quando si a che fare con un bambino, è necessario che tutto l’occorrente sia in bagno, prima di iniziare. Il bambino NON deve mai essere lasciato da solo, nemmeno per pochi secondi, all’interno della vasca. In realtà, nemmeno al di fuori, visto che i bambini sono imprevedibili e il rischio, in prossimità, dell’acqua è veramente molto alto. Quindi, fate mente locale, senza fretta, e trasferite nel bagno tutto ciò che vi potrebbe occorrere. Solitamente, non dovreste fare a meno di:

  • detergente delicato per bambini
  • shampoo delicato per bambini
  • accappatoio
  • un cambio
  • il pannolino

La temperatura dell’acqua per il bagnetto

Questa è sicuramente una domanda molto frequente, soprattutto quando si è alle prime armi. La temperatura dell’acqua deve essere intorno ai 37°, simile a quella corporea. Per misurarla, e andare sul sicuro, vi consigliamo di utilizzare un termometro per acqua. C’è anche chi si fida del metodo della nonna, immergere il gomito e valutare la temperatura dell’acqua. Solitamente è preferibile usare una bacinella che permetta al genitore di immergere il bambino fino alle spalle. È importante che anche la stanza dove si fa il bagnetto abbia una giusta temperatura, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 20°.

Il bagnetto del neonato: come fare

È importante tenere sempre il bambino in una posizione che gli consenta di tenere la testa fuori dall’acqua e che, al tempo stesso, sia comoda per il genitore che lo deve lavare. Il bambino va immerso nell’acqua facendo passare il proprio braccio sinistro dietro le spalle e tenendo il piccolo per l’ascella, in modo da avere la mano destra libera per lavarlo. Ovviamente, man mano che il bambino crescerà, l’organizzazione cambierà di conseguenza. Quando, infatti, inizierà a stare seduto da solo, potrete mettere nella vaschetta anche dei giochini galleggianti che gli permetteranno di divertirsi e voi sarete più liberi nei movimenti.

Quando deve durare il bagnetto

La cosa importante è che l’acqua sia sempre sufficientemente calda.

Cosa applicare dopo il bagnetto

A meno che il bambino non soffra di qualche particolare condizione che necessiti l’utilizzo di particolari prodotti, subito dopo il bagnetto non è necessario applicare nulla. È però importante asciugare per bene il bambino, tamponandolo delicatamente con un asciugamano morbido, soprattutto nella zona pannolino.

I benefici del mare nei bambini: ecco quello che c’è da sapere

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benefici del mare nei bambini

Che l’aria di mare faccia bene è sicuro. Anche se, come per ogni cosa, è importante approcciarsi nel modo giusto. Con l’avvicinarsi della stagione estiva, iniziano anche i dubbi e le domande delle mamme sul luogo dove passare le ferie. Sicuramente la scelta di trascorrerle al mare è quella giusta, soprattutto per i bambini. Ovviamente, però ci sono una serie di precauzioni da rispettare. Vediamole insieme.

I benefici del mare nei bambini: perché fa bene

I benefici del mare dipendono da molti fattori:

Per l’esposizione al sole, troviamo:

  • L’esposizione al sole contribuisce a fissare il calcio e stimola l’ormone della crescita,
  • Il sole fa bene alle ossa e alla pelle,
  • L’esposizione al sole stimola la produzione della Vitamina del Sole, nota come Vitamina D.
  • L’esposizione alla luce migliora lo stato di benessere dell’intero organismo

Per l’acqua del mare, invece:

  • L’acqua del mare è ricca di sali che tonificano e drenano. Ottima, dunque, per purificare le vie aeree e liberarle dal muco.
  • Contiene inoltre sali minerali molto importanti come cloruro di sodio (sale), magnesio e sali di iodio. Un vero e proprio toccasana per eczemi e psoriasi.
  • Aumenta il buon umore.

L’esposizione dei raggi solari e i benefici dell’acqua salata, rappresentano un connubio ottimale per la pelle. Mare e sole, sempre con le dovute accortezze, possono rappresentare dei rimedi per una serie di altre malattie dermatologiche, come la psoriasi.

I benefici del mare: regole da rispettare

Trascorrere del tempo al mare è una vera e propria mano santa per adulti e, soprattutto, bambini. È importante però rispettare alcune regole per potersi godere il sole e il mare in totale sicurezza.

Per l’esposizione al sole:

  • I bambini non andrebbero esposti ai raggi solari direttamente. Sarebbe, infatti, preferibile, tenerli sotto l’ombrellone, così che la luce gli giunga filtrata,
  • Evitare le ore più calde, quelle tra le 11 e le 16,
  • Importante applicare sempre la crema solare. La pelle dei bambini è molto delicata, quindi la protezione deve essere molto alta, minimo 50. La crema va applicata almeno 20 minuti prima di esporsi al sole e ogni 2 ore, su pelle asciutta. In caso di bagno, la crema va applicata nuovamente,
  • Far indossare loro un cappellino e, se possibile, anche gli occhiali da sole,
  • Farli bere molto, soprattutto quando le temperature sono alte. Ricordiamo che i bambini fino agli 8 anni di età sono soggetti a colpi di calore.

Per l’acqua del mare:

  • Il bagno vicino alla riva ed evitare posti con gli scogli,
  • Il bagno non deve essere troppo lungo e possibilmente distante da pasti abbondanti,

Infine, sarebbe meglio preferire una destinazione che non si limiti alla spiaggia, ma che offra anche un’alternativa con vegetazione, e ripari dal sole, così da poter portare il bambino anche in un luogo fresco.

 

 

 

 

Esposizione solare in gravidanza: quali creme solari usare e come esporsi al sole

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esposizione solare in gravidanza

Per una donna incinta non è assolutamente vietato andare al mare ed esporsi al sole. Come per ogni cosa, però, è necessario farlo con le dovute precauzioni. Il sole è un alleato della salute, bisogna però esporsi nel modo corretto. Quando si scopre di aspettare un bambino, i cambiamenti ormonali e fisici sono all’ordine del giorno ed è importante prenderne atto per evitare qualsiasi rischio per la futura mamma e per il feto. Vediamo, dunque, come comportarsi con la scelta delle creme solari e con l’esposizione solare in gravidanza.

Esposizione solare in gravidanza: perché è importante

I medici non sconsigliano alle donne in dolce attesa di andare in spiaggia, anzi esporsi al sole in modo corretto può apportare una serie di benefici. Tra cui:

  • la maggiore concentrazione nell’aria di iodio che fa tanto bene alla tiroide.
  • i raggi solari stimolano la sintesi della vitamina D che favorisce l’assorbimento del calcio che serve a rafforzare le ossa del bambino.
  • aumento del buon umore e dello stato d’animo, importante per la futura mamma.

Esposizione solare in gravidanza: regole da seguire

Alcune regole importanti da seguire per le donne in dolce attesa che decidono di esporsi al sole:

  • evitare assolutamente l’esposizione solare nelle ore più calde. Si consiglia di evitare l’orario che va dalle 11 alle 16
  • bere molto, quando ci si espone al sole. Bisognerebbe bere almeno 2 litri di acqua al giorno, per ridurre la ritenzione idrica e per mantenere la pelle idratata
  • indossare un abbigliamento leggero. Bisognerebbe indossare abiti in cotone
  • indossare sempre un cappello per proteggere il viso e gli occhiali da sole
  • proteggersi con una crema anti UV, da riapplicare spesso, e soprattutto dopo il bagno

Quali creme solari utilizzare in gravidanza

In generale, è giusto proteggere la pelle quando ci si espone al sole, ma lo è ancor di più quando si è in dolce attesa. La pelle diventa più sensibile e potrebbero manifestarsi delle macchie solari, il cosiddetto cloasma gravidico, su fronte, naso, labbra e zigomi. Tra le protezioni solari, le migliori sono senza dubbio quelle con  SPF 50 e 50+, ma anche i latti solari hanno i loro vantaggi, come la consistenza più fluida che ne garantisce una più facile applicazione. Non dimenticate di proteggere, oltre al vostro corpo, anche le vostre labbra, che durante la gravidanza diventano ancor più sensibili. In vendita sono disponibili proprio degli stick solari per proteggerle. Infine, la crema va applicata, di norma, su tutto il corpo, compreso il viso, circa 15-20 minuti prima dell’esposizione solare e riapplicata con costanza ogni 2-3 ore. Nel caso in cui sulla confezione fosse riportata la dicitura “resistente all’acqua”, il prodotto va ugualmente riapplicato, una volta usciti dall’acqua e sulla pelle asciutta. 

Le creme solari sono pericolose per il feto

Alcuni studi hanno indicato la possibilità che le sostanze contenute nei prodotti solari possano passare, attraverso il sangue, fino a raggiungere il feto. Non si hanno informazioni precise in merito, quindi vale la regola della sicurezza per evitare qualsiasi rischio. Di norma, si consiglia di utilizzare prodotti ipoallergenici e che non contengano elementi chimici. In commercio, ci sono le creme solari bio in gravidanza, ottime, proprio per l’assenza di filtri chimici.

 

Violenza ostetrica: come riconoscerla e come denunciare

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violenza ostetrica

La gravidanza e il parto sono momenti molto delicati che la donna affronta. Il corpo, così come la mente, vengono sottoposti a cambiamenti importanti. Soprattutto, quando una donna si trova a dover affrontare la sua prima gravidanza, non è, come è gusto che sia, preparata su tutto ciò che le accadrà. Per molte future mamme la gravidanza prosegue senza particolari problematiche, per altre, invece, possono esserci dei rischi e, quindi, delle accortezze in più da seguire, ma il vero passaggio dall’essere una donna a diventare una madre è il momento del parto. Nessuno sa, e può sapere, cosa accadrà in quel momento, per questo è normale che la futura mamma possa esser colta da preoccupazioni, ansie e dubbi. Ecco perché è importante che accanto a loro ci sia il personale formato e adatto a gestire l’attesa che precede il parto, così come il parto stesso. Il personale, oltre all’aspetto medico, deve anche essere in grado di comprendere l’aspetto umano e lo stato emotivo in cui versa la futura mamma. L’esperienza del parto viene vissuta diversamente da ogni donna, capita però, molto spesso di sentire raccontare testimonianze di donne che non hanno un buon ricordo legato a quel momento magico. Le motivazioni possono essere molteplici e andando a eliminare quelle che non possono essere controllate dall’essere umano, rimane l’esperienza della donna con la struttura dove ha scelto di far nascere il proprio bambino e il personale che le è stato vicino in quelle ore di travaglio. Purtroppo, a fronte di molte testimonianze in merito, emergono sempre più dati preoccupanti legati a un incremento di episodi di violenza ostetrica. Ma cosa significa esattamente violenza ostetrica?

Violenza ostetrica cos’è

L’attesa che precede l’arrivo in sala parto è spesso misteriosa. La futura mamma non viene sempre aggiornata su quanto sta accadendo. Sicuramente, si tratta di momenti veloci e avvolti nell’agitazione, dove anche il personale medico deve prendere decisioni rapide e gestire anche più partorienti contemporaneamente. Capita spesso che le neo mamme raccontino di episodi poco piacevoli legati alla nascita del loro bambino, sottolineando la mancanza dell’empatia e dell’aspetto emotivo da parte del personale medico che le ha seguite.

Come riconoscere una violenza ostetrica?  

  • comportamento scorretto e mancanza di rispetto verso la partoriente da parte di tutto il personale medico e paramedico
  • compimento di gesti fisici pesanti, non necessari e non idonei verso la paziente
  • offese, umiliazioni, battute poco gradevoli, poca sensibilità verso la paziente
  • trattamenti medici non richiesti e applicati senza richiedere il consenso.

Il momento del travaglio e del parto è un momento importante che segna la futura mamma. Non deve venir visto come una semplice azione che avviene in natura. Le future mamme, oltre a provare dolore, sono anche molto spaventate per ciò che succederà una volta nato il bambino. Per questo, è necessario metterle a proprio agio, e mostrarsi pazienti e presenti. Dedicare loro del tempo, ascoltando le loro paure e le loro domande. 

Come denunciare una violenza ostetrica

Una volta resi conto di aver subito una violenza ostetrica, le future mamme potranno inoltrare la loro segnalazione direttamente alla Direzione dell’ospedale, rivolgersi al Tribunale per i Diritti del Malato, indicando i fatti accaduti e i nominativi dei responsabili. In più potranno anche inoltrare la denuncia per violenza ostetrica presso le Autorità, Polizia e Carabinieri. È importante denunciare questi episodi affinché non avvengano più e per evitare che ciò accada anche ad altre donne.

Bambini e fumo: ecco quali sono i rischi

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bambini e fumo

Che il fumo faccia male è un dato di fatto. Ma, il connubio fumo e bambini è assolutamente da evitare. Quando mettiamo al mondo un bambino, l’obiettivo principale, di ogni genitore, è quello di proteggerlo e accudirlo nella maniera adeguata. E, sicuramente, l’esposizione al fumo passivo non rientra in questi presupposti. Fumare di fronte a un bambino piccolo, così come a una donna incinta, può provocare seri danni. Vediamo insieme, cosa si intende per fumo passivo e quali sono i rischi per i più piccoli che ne entrano in contatto.

Fumo passivo: cos’è

Per fumo passivo si intende l’inalazione involontaria al fumo di persone che non sono fumatrici e che respirano il fumo espirato dai fumatori. Secondo recenti indagini, quasi metà della popolazione è esposta inconsapevolmente al fumo passivo. Oltre ai rischi legati alla salute, il fumo passivo provoca danni anche all’ambiente circostante. Per questo sarebbe una buona abitudine non fumare in primis, ma se proprio si ha difficoltà ad abbandonare questo vizio, quantomeno sarebbe rispettoso non fumare in ambienti chiusi e di fronte a persone non fumatrici, a maggior ragione se ci si trova vicino a bambini e donne incinta. È risaputo che fumare in casa può scatenare dei problemi di salute nei bambini che ci vivono.

Bambini e fumo sintomi e rischi

Il fumo passivo e l’esposizione delle donne incinte e dei più piccoli può portare a:

  • sindrome della morte in culla (SIDS). Secondo recenti studi, i figli di persone fumatrici hanno un rischio maggiore di avere una morte improvvisa in culla.
  • malattie respiratorie. I figli di fumatori hanno un rischio maggiore rispetto ai figli dei non fumatori di sviluppare malattie respiratorie come la polmonite e la bronchiolite.
  • asma. L’esposizione al fumo passivo è stata associata a un aumento importante del rischio di asma. E, nei bambini che già soffrono di questo disturbo, l’esposizione la fumo passivo può peggiorare la situazione.
  • avere a breve termine, o sviluppare da adulto, malattie respiratorie anche gravi. I bambini esposti al fumo passivo hanno maggiore possibilità di sviluppare un cancro del polmone da adulti.
  • compromettere la qualità della vita con altre malattie gravi, associate al fumo passivo, come quelle cardiache e cerebrovascolari.
  • anche i classici sintomi come sintomi respiratori tosse, catarro e respiro sibilante, sono più frequenti e con maggiore intensità nei figli dei fumatori.

Pe questo, i genitori non dovrebbero mai fumare in casa o vicino ai propri figli. Così come amici e parenti in visita. 

Come proteggere i nostri bambini

Per proteggere i bambini dal fumo passivo, la soluzione migliore è non farli entrare in contatto con il fumo passivo e nemmeno con quello di terza mano, cioè i residui tossici rilasciati dal tabacco che contaminano l’ambiente circostante. Se, i genitori, proprio non riescono a smettere di fumare, devono fare in modo che la casa, cioè l’ambiente dove vie il bambino, sia pulita e libera da ogni traccia di fumo. Quindi, non vale la regola di fumare quando il bambino non è in casa o fumare in una stanza diversa, lontano da lui, l’ambiente viene ugualmente contaminato. Inoltre, ricordiamo che i bambini imitano ciò che fanno i genitori, quindi si ha una grande responsabilità verso di loro. È importante dare il buon esempio, perché i figli dei fumatori hanno più probabilità di iniziare a fumare da soli.

 

 

 

Togliere il pannolino: meglio il vasino o il riduttore?

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vasino o il riduttore

Quando per un genitore si avvicina il momento di togliere il pannolino al bambino, la domanda che si pone è: meglio il vasino o il riduttore? Partendo dal presupposto che ogni bambino è diverso e solo i propri genitori conoscono il miglior modo per approcciarsi a questo tipo di cambiamento, andiamo a vedere insieme i pro e i contro di entrambi i metodi.

Il riduttore, caratteristiche, vantaggi e svantaggi

Solitamente, quando si pensa allo spannolinamento il primo oggetto che si compra è il vasino. Il riduttore è stato inserito da poco e per molti non è ancora tanto conosciuto. Il riduttore, è un piccolo accessorio che si incastra nel water degli adulti. Ovviamente, essendo più piccolo, le dimensioni sono quelle adatte per un bambino. Così da poterlo anche lasciare seduto da solo, in sicurezza. La maggior parte dei riduttori ha anche delle piccole maniglie laterali dove il bambino può poggiarsi, per sentirsi stabile e comodo. Nell’utilizzo del riduttore, si consiglia anche un piccolo poggia piedi, dell’altezza giusta per il bambino, in modo che possa poggiare i piedi su questo sgabello. Questa combinazione di elementi, creerà in lui un senso di stabilità e comfort. 

I vantaggi collegati all’utilizzo del riduttore sono:

  • funzionalità
  • emulazione del bambino, che imiterà un’azione compiuta nello stesso luogo di un adulto
  • lo abituerà al passaggio al water senza alcun trauma
  • il riduttore ha una maggiore trasportabilità. Il genitore potrà, dunque, portarlo con sé e utilizzarlo tutte le volte che il bambino avrà bisogno di andare in bagno fuori dalla sua casa
  • igiene. Sarà sufficiente tirare lo sciacquone del water per eliminare il tutto

Svantaggi:

  • poca autonomia. All’inizio il bambino potrebbe avere difficoltà a salire da solo sul water, non essendo alla sua altezza

Vasino, caratteristiche, vantaggi e svantaggi

Il vasino è sicuramente la soluzione più utilizzata, soprattutto all’inizio. Potreste anche acquistare il vasino insieme a vostro figlio, facendogli scegliere la forma e la fantasia che preferisce. Oggi, infatti, ne sono disponibili veramente tanti e tutti con disegni e colori divertenti che attirano i più piccoli. Sicuramente il vasino verrà accolto con maggior entusiasmo dal bambino, rispetto al riduttore.

I vantaggi legati all’utilizzo del vasino:

  • non crea ansia al bambino
  • è della sua stessa altezza, quindi alla sua portata
  • maggiore autonomia, il bambino non ha bisogno del genitore per accedervi
  • ergonomico, la misura è creata appositamente per i bimbi piccoli, con una parte posteriore per poggiare la schiena

Svantaggi:

  • il bambino potrebbe avere difficoltà nel passaggio dal vasino al water
  • il vasino, a differenza del riduttore, è più difficile da trasportare fuori casa
  • la pulizia, dopo ogni utilizzo deve esser effettuata a mano e in modo molto preciso

In sintesi, meglio il vasino o il riduttore?

Come per ogni caso, è importante ascoltare le esigenze del proprio bambino. L’importante è far sentire il bambino a proprio agio e assecondarlo in quello che è il suo desiderio. C’è chi preferisce iniziare con il vasino perché ritenuto meno traumatico e chi invece preferisce direttamente il riduttore per una questione di igiene.

Cistite in gravidanza: sintomi, cosa prendere e rimedi

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cistite in gravidanza

La cistite è un’infiammazione della parete vescica, molto comune nella popolazione femminile. Ancor di più, nelle donne in dolce attesa. La cistite in gravidanza è molto frequente. Si stima, infatti, che circa il 10% delle future mamme abbia almeno un episodio di cistite durante la gestazione. Questa infiammazione, nella maggior parte dei casi, è causata dalle modificazioni fisiche e ormonali tipiche della gravidanza. Non è una patologia grave, ma, in ogni caso non va sottovalutata ed è necessario informare il proprio medico nel caso in cui si presenti questo disturbo. Vediamo insieme quali sono le cause, i sintomi e i rimedi.

Cistite in gravidanza cause

Tra le cause più comuni che favoriscono l’insorgere della cistite, troviamo:

  • cambiamenti fisici: l’aumento della dimensione dell’utero può provocare una conseguente maggiore compressione del tratto urinario. Questa condizione non permette alla vescica di svuotarsi completamente, trattenendo, così, alcune tracce di urina che potrebbe causare delle infezioni.
  • cambiamenti ormonali: l’aumento del progesterone provoca un rilassamento della muscolatura liscia dell’apparato urinario, riducendone la tonicità, rallentando così il flusso urinario. Questo “rallentamento”, unito all’aumento di glucosio nelle urine (tipico della gravidanza), genera la condizione adatta alla formazione di batteri.
  • batteri intestinali: in particolare, batteri come l’Escherichia Coli possono favorire l’insorgere della cistite in gravidanza. Nella conformazione fisica della donna, a differenza dell’uomo, l’uretra è molto più vicina al retto, quindi per i batteri è più facile risalire verso la vescica.
  • stitichezza: durante la gestazione molte donne, soprattutto durante l’ultimo trimestre, soffrono di stitichezza. Questa irregolarità, può provocare anche un aumento dei batteri e causare infezioni.
  • rapporti sessuali: potrebbe favorire l’insorgere di infezioni. Per questo si consiglia di urinare prima e dopo il rapporto.
  • cattiva igiene intima: lavarsi spesso e nel modo corretto, utilizzando detergenti adatti. Indossare biancheria di cotone per la traspirazione.

Cistite in gravidanza sintomi

I sintomi per riconoscere la cistite in gravidanza sono:

  • dolore e bruciore durante la minzione
  • fastidio e difficoltà a urinare
  • frequente bisogno di urinare
  • cattivo odore dell’urina
  • dolore addominale
  • nausea e febbre
  • sensazione di non riuscire a svuotare completamente la vescica
  • sangue nelle urine

Cistite in gravidanza come curarla

Nel caso in cui si presentasse la cistite in gravidanza cosa fare? La prima cosa è contattare il proprio medico che indicherà la cura più adatta da seguire. Trattandosi di un’infiammazione batteriologica, con molta probabilità, il medico segnerà una terapia antibiotica, adatta sia alla futura mamma che al feto. Prima di procedere con la terapia, il medico vi consiglierà di eseguire un esame colturale delle urine, per individuare la giusta causa dell’infezione e procedere così con la cura idonea. In base alla causa che ha scatenato la cistite, vi verrà indicata la procedura più corretta per contrastare e debellare il batterio responsabile dell’infezione.

Cistite in gravidanza rimedi naturali

Il rimedio naturale più apprezzato per contrastare la cistite, è il mirtillo rosso, efficace anche per prevenirla, perché impedisce ai batteri di aderire alla parete della vescica. Molto consigliata, è anche l’uva ursina che svolge un’efficace azione antibatterica.

Come prevenire la cistite in gravidanza

  • È importante bere molta acqua
  • Urinare spesso
  • Evitare indumenti aderenti e biancheria intima sintetica che aumenta la sudorazione.
  • Seguire un’alimentazione sana e corretta.

Cistite in gravidanza, è pericolosa?

Solitamente la cistite in gravidanza non è pericolosa, però potrebbe essere un campanello d’allarme per complicazioni più importanti che potrebbero influire sul feto, quindi è necessario non sottovalutarla. Raramente potrebbe essere sintomo di infezioni renali. Quindi è di fondamentale importanza trattare prontamente la cistite in gravidanza.

Anestesia epidurale: che cos’è e quali sono i rischi

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anestesia epidurale

Una futura mamma, oltre alla salute del proprio bambino, ha un’altra grande preoccupazione: il parto. È doloroso? Farà male? Sopporterò il dolore? Tutte domande normali che balenano nella mente di una donna incinta, soprattutto quando si sta per avvicinare la data del parto. Molte donne, infatti, scelgono di partorire in strutture dove esiste il parto con epidurale, senza però magari conoscere bene di cosa si tratta. Infatti, da diversi anni si è aperto un importante dibattito sui pro e i contro del ricorrere all’anestesia epidurale per il parto. Facciamo chiarezza insieme.

Epidurale parto: che cos’è?

L’anestesia epidurale, chiamata semplicemente “epidurale” è un’anestesia locale che si pratica per controllare il dolore durante il parto ed è considerata sicura, sia per la mamma che per il bambino che sta per nascere. Deve essere praticata da un medico anestesista e consiste nell’iniettare, tramite un ago-cannula, anestetici e antidolorifici nello spazio tra la dura madre e il legamento giallo che ricopre la parte ossea interna del canale spinale della colonna vertebrale.

Immagine di DoveeComeMicuro

Questa operazione permetterà alla futura mamma di eliminare la sensazione del dolore dalla parte inferiore del busto in giù. 

L’epidurale fa male?

Parlare di dolore, in questo caso, è sicuramente eccessivo. La paziente, però, potrebbe avvertire una leggera e passeggera scossa durante l’inserimento dell’ago-cannula.

Quanto dura l’effetto?

In generale, la paziente come primo segnale inizia a sentire una sorta di formicolio lungo la schiena e le gambe, e dopo circa una mezz’ora l’effetto è completato. La somministrazione viene ripetuta a seconda della necessità della paziente. Non appena sospesa la somministrazione, la paziente ricomincerà ad acquistare sensibilità nell’arco di 1-3 ore. Ovviamente, prima che l’effetto svanisca del tutto, la donna deve rimanere a letto.

Anestesia spinale effetti collaterali

Anche in questi casi esistono delle controindicazioni che vanno discusse con il proprio medico, per questo, qualora una donna fosse intenzionata a richiedere l’anestesia epidurale per il parto dovrà deciderlo in anticipo, proprio per essere a conoscenza di tutti i vantaggi, le controindicazioni e rischi legati a questa anestesia.

Tra le controindicazioni troviamo:

  • problemi legati alla coagulazione
  • allergia ai farmaci da iniettare
  • problemi alla colonna vertebrale

Epidurale rischi invece:

  • allungamento dei tempi del parto
  • nausea e vomito
  • forte mal di testa
  • dolore e sensibilità della zona dell’iniezione
  • Meningite, trombosi cerebrale, ematoma epidurale, danni neurologici permanenti, sono le complicanze più gravi anche se estremamente rare (circa 1 caso ogni 200.000 epidurali)

Epidurale si o no?

Dipende dalle situazioni. L’epidurale, infatti, può rappresentare una buona alternativa nel caso in cui si presentassero difficoltà durante il parto.

Epidurale sì, dunque, ma non per forza per tutti. A chi può essere destinata?

  • Per chi si è informato con consapevolezza ed è convinto di volerla fare, una volta conosciuti rischi e vantaggi.
  • Per chi ne ha bisogno. Per questo deve essere accessibile e gratuita.
  • Per chi volesse richiederla anche in un secondo momento, cioè dopo aver provato il parto al naturale.

Sonno del bambino: come aiutare i bambini a dormire tutta la notte

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sonno del bambino

Con sommo dispiacere da parte dei genitori, non esiste una formula magica per far dormire un bambino tutta la notte. Fino ai 3 anni, si sa, i risvegli notturni sono fisiologici, quindi, tranne che in alcuni casi in cui si è particolarmente fortunati, sarà difficile trovare un bambino così piccolo che dorme così tante ore di fila. Esistono, però, delle buone abitudini che i genitori possono seguire per tranquillizzare il bambino, riducendo quindi le possibilità di risveglio. Vediamo insieme i metodi più conosciuti (e criticati) per eliminare l’insonnia nei bambini e quali sono i consigli utili da seguire.

Metodo Estivill: perché viene criticato

Quando un genitore è esasperato, vuole provarle tutte. Non dormire per giorni e giorni può essere frustrante per tutta la famiglia. Il tanto discusso metodo Estivill, consiste nell’instaurare una routine nel bambino, prima dell’ora della nanna. Prevede cena, bagnetto, pigiama, storia e poi buonanotte, dopodiché il genitore dovrebbe salutare il bambino e poi uscire subito dalla stanza, lasciando il piccolo da solo. Ovviamente, la reazione del bambino sarà quella di cercare il genitore, chiamandolo e piangendo ma, secondo questo metodo, il genitore non deve cedere alle richieste del bambino. Al massimo può entrare in stanza e rassicurarlo, ma senza prenderlo in braccio. In questo modo il bambino dovrebbe rendersi conto che piangere non serve a nulla e quindi si addormenterà da solo. Un metodo tosto e molto criticato. Ciò che è emerso dagli studi inerenti a questo metodo è che il bambino non aveva risolto l’insonnia, bensì si era rassegnato al fatto che, anche chiedendo attenzione, nessuno sarebbe andato da lui. Il rischio molto alto è quello di provocare un trauma nel bambino, così come quello di sviluppare l’ansia da abbandono.

Farmaci per far dormire i bambini: perché sarebbe meglio evitare

Esistono alcuni farmaci che possono migliorare il sonno dei propri figli, e di conseguenza anche il loro. Per quanto, prima di somministrare qualsiasi tipo di farmaco è assolutamente necessario consultare il proprio pediatra, è importante ricorrere a questi metodi solo in casi eccezionali. Ogni farmaco può avere degli effetti collaterali che ovviamente il medico conosce ed è per questo che un genitore deve informasi bene prima di ricorrere a questa soluzione. Così come è importante rispettare le dosi indicate.

Alcuni suggerimenti utili e naturali per far dormire i bambini

Garantire una buona qualità del sonno al bambino è fondamentale, così come lo è aiutare il proprio bambino ad arrivare alla sera rilassato. Nonostante ogni bambino sia diverso dall’altro, così come lo sono le motivazioni che lo spingono a svegliarsi la notte, di seguito troverete alcune regole standard da attuare in ogni circostanza e che, sicuramente, aiuteranno il sonno del bambino.

  • Far arrivare il bambino all’ora della nanna rilassato e sereno. Evitare, dunque, giochi particolarmente irruenti che possano scatenare il bambino poco prima di andare a letto. Evitare anche tablet o televisore, meglio leggere una favola insieme, accompagnati da una luce soffusa. Questo aiuterà i bambini a dormire.
  • I bambini che dormono senza aiuti (ciuccio, tetta, musica, ecc) sono facilitati, in quanto riusciranno a gestire meglio il proprio risveglio notturno, non avendo sogno di nulla per riaddormentarsi.
  • Creare una routine che va rispettata. Tipo cena, bagno, denti e storia.
  • Se la cena viene servita molto presto, rispetto all’orario della ninna, potrete dare un pò di latte al piccolo, così da farlo dormire con la pancia piena.
  • I bimbi che dormono tra le 20 e le 20.30 dormiranno meglio.

Perché è importante conoscere il fattore Rh in gravidanza

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fattore rh in gravidanza

Quando una donna scopre di essere incinta, la prima cosa di cui si accerta è quella di effettuare tutte le analisi a disposizione per assicurarsi che il bambino stia bene. Nei nove mesi, dunque, si alterneranno analisi del sangue, ecografie, monitoraggi e, per chi vorrà, esistono anche una serie di test genetici e cromosomici. Tra i rischi che è necessario scongiurare, bisognerà verificare la compatibilità o meno del fattore Rh in gravidanza. Vediamo insieme di cosa si tratta e perché è importante conoscerlo.

Cos’è il fattore Rh

Con fattore Rh si intende un sistema di classificazione del sangue specifico, un antigene proteico che potrebbe essere sulla superficie dei globuli rossi, l’antigene D. Se una persona possiede questo fattore significa che il suo gruppo è Rh positivo (Rh+), se invece nei suoi globuli rossi è assente, il suo gruppo sanguigno è definito Rh negativo (Rh).

Fattore Rh in gravidanza: perchè è importante conoscerlo

L’incompatibilità tra madre e figlio si verifica solo nei casi in cui il gruppo sanguigno della mamma è Rh negativo e il feto Rh Positivo. Il bambino risulterà Rh positivo solo nel caso in cui anche uno dei due genitori risulti possedere il fattore Rh. Di conseguenza, il rischio si verifica solo nei casi in cui la è Rh Negativa e il papà Rh positivo. Per questo, è importante che una donna incinta verifichi la possibile presenza del fattore Rh nel suo sangue, solo così potrà sapere se vi è un’incompatibilità tra il sangue materno e quello del feto. Per scoprirlo il ginecologo segnerà le varie analisi del sangue. Una volta ottenuti i risultati, se il test è negativo per entrambi i genitori, quindi nessuno dei due ha il fattore Rh nel sangue, non vi è alcun rischio di incompatibilità sanguigna. Ma, cosa succede se invece il papà risulta positivo?

– Mamma è Rh negativa e papà Rh positivo, in caso di gravidanza può porsi il problema dell’incompatibilità del fattore Rh tra madre e figlio. Nei casi in cui quest’ultimo risulti Rh positivo. In questa circostanza, il contatto tra il sangue materno e il sangue fetale può risultare pericoloso. Il corpo della futura mamma produrrà anticorpi contro i globuli rossi Rh positivi del feto: una condizione che può provocare la cosiddetta malattia emolitica fetale-neonatale, potenzialmente pericolosa per il bambino, ma soprattutto per eventuali feti di gravidanze successive. Non è però detti che il feto sia necessariamente Rh positivo, se è solo il papà a esserlo.

Mamma è Rh negativa e il papà è Rh positivo: cosa si deve fare?

In questo caso, il gineocologo, chiederà un approfondimento degli esami. Il test che si prescrive è il test di Coombs che permetterà di determinare la presenza di anticorpi fissati sulla superficie dei globuli rossi. In base ai risultati:

  • Se il test è negativo: si esegue l’immunoprofilassi per evitare il rischio di malattia nei di immunizzazione oppure dopo il parto.
  • Test posititvo: bisognerà analizzare il sangue paterno. Se il padre risulterà omozigote per il fattore Rh, cioè tutti e due i suoi cromosomi lo contengono, anche il figlio sarà sicuramente positivo. Con un conseguente rischio di sviluppare una malattia emolitica.

Incompatibilità Materno-Fetale: prevenzione

La prevenzione dell’incompatibilità materno-fetale si basa su:

  • Identificazione del gruppo sanguigno e del fenotipo Rh da parte di entrambi i genitori,  ·
  • Test Coombs indiretto: è l’esame di riferimento prescritto alle donne sensibilizzate verso sangue Rh+. Nel primo trimestre e tra la 24esima e 28esima settimana di gestazione si consiglia a tutte le donne di effettuare questo test.   ·
  • Profilassi con immunoglobuline anti-Rh: la somministrazione di immunoglobuline anti-Rh prenatale e dopo il parto di un bambino Rh+ nelle gravide Rh- si è dimostrata efficace nel ridurre l’incidenza della malattia emolitica del neonato.
  • Trattandosi, ovviamente, di una situazione complessa e delicata, si consiglia di parlarne con il proprio ginecologo, che saprà consigliarvi al meglio.

 

Quando spunta il primo dentino? Tutto quello che c’è da sapere

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primo dentino

L’attesa del primo dentino è sempre un momento importante per tutta la famiglia. Ma, se in alcuni casi lo spuntare dei denti non comporta alcun cambiamento negli atteggiamenti del bambino, per altri, invece, può essere accompagnato da una serie di piccoli fastidi. Vediamo insieme le tappe che un genitore deve conoscere per riconoscere l’arrivo dei primi dentini.

Dentizione neonati: quando deve spuntare il primo dente?

I genitori dovrebbero vedere il primo dentino affacciarsi dalla gengiva del loro piccolo tra i 4 e i 10 mesi. Solitamente, il primo a comparire è l’incisivo inferiore. Ovviamente, non tutti i bambini sono uguali e non reagiscono allo stesso modo. Così come non c’è una fascia d’età standard per quanto riguarda la nascita del primo dentino, lo stesso discorso vale per i sintomi, non tutti reagiscono nello stesso modo.

Nella maggior parte dei casi, i primi dentini comportano:

Dentizione sintomi

  • si intravedono dei puntini bianchi sulla gengiva (a volte anche uno solo)
  • gonfiore e sensibilità della gengiva
  • salivazione in aumento
  • arrossamento e gonfiore della guancia
  • inappetenza

Questi sintomi sopra citati non è detto che compaiano in tutti i bambini e con uguale intensità. La fase che precede la dentizione potrebbe anche non comportare alcun sintomo, oppure sintomi talmente lievi, da non permettere al genitore di accorgersi di nulla. In alcuni casi, invece, nei bambini a cui stanno per spuntare i dentini, potrebbero insorgere anche febbre e diarrea, anche se per i medici non vi sarebbe alcuna correlazione tra le due cose.

Denti neonato mese per mese

Entro l’anno di età, dovrebbe spuntare:

  • due incisivi inferiori
  • due incisivi superiori

Entro i 2 anni, invece:

  • incisivi laterali superiori
  • incisivi laterali inferiori
  • molari

Entro i 3 anni:

  • canini inferiori
  • canini superiori
  • secondi molari

Dentini neonati rimedi

I genitori, in questi momenti dovrebbero armarsi di molta pazienza, visto che, per alcuni bambini, il dolore potrebbe essere molto fastidioso. Ma non c’è da preoccuparsi perché passerà in pochi giorni.

Inoltre, c’è anche la possibilità di alleviare il fastidio con i seguenti rimedi:

  • fornire al bambino qualcosa da masticare, che sia freddo. Esistono dei giocattolini con diverse forme adatte proprio per la dentizione in arrivo. Una volta comprati e lavati vanno riposti in frigorifero per alcune ore e poi dati ai bambini, mordendoli massaggeranno le gengive.
  • far dormire il bambino leggermente sollevato, per evitare l’eccessivo afflusso di sangue alle gengive
  • massaggiare, con le mani ben pulite, le gengive, spalmando timo, camomilla, malva, calendula

  Quando preoccuparsi

In generale, se entro il primo anno di vita non si vede spuntare alcun dentino, sarebbe preferibile parlarne con il pediatra. Le motivazioni di questo ritardo possono essere diverse, ma la maggior parte delle volte sono legate a un fattore ereditario. Se anche i genitori hanno messo i denti tardi, è probabile accada anche ai figli.

Peperoncino in gravidanza: si può mangiare?

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peperoncino in gravidanza

Per le amanti dei cibi piccanti, la domanda più frequente quando si scopre di essere incinta è sicuramente la seguente: si può mangiare piccante in gravidanza? In realtà non esistono studi che vietino totalmente l’utilizzo del peperoncino in gravidanza, però, come per ogni alimento, in un momento delicato come quello della gestazione, è giusto non esagerare. Una giusta ed equilibrata dose di peperoncino, salvo indicazioni diverse fornite dal proprio ginecologo, non fa male. Andiamo a vedere il perché, l’utilizzo del peperoncino in gravidanza desta tutta questa preoccupazione.

Gravidanza: il peperoncino fa male?

Mangiare peperoncino in gravidanza è sempre fonte di grandi dubbi da parte delle future mamme per i seguenti motivi:

  • il timore è dato dalla capsaicina, molecola che genera il piccante. Secondo alcuni esperti potrebbe causare danni al feto. Mangiare piccante in gravidanza, dunque, potrebbe sfociare in un parto prematuro e, nei casi, più gravi, anche portare alla perdita del bambino.

Come già detto non ci sono prove scientifiche a conferma di tali rischi, però per sicurezza, essendo la gravidanza un periodo particolare, il consiglio che vi diamo è quello di non esagerare. Una giusta dose non farà male. Ovviamente, sconsigliamo il fai da te, in quanto ogni situazione è diversa, per questo è sempre meglio chiedere consiglio al proprio ginecologo.

Peperoncino gravidanza: quali sono i rischi

Optare per un’alimentazione sana, corretta e moderata è sempre la scelta migliore, soprattuto in gravidanza. Andiamo a vedere quali sono i principali rischi collegati all’uso del peperoncino nei 9 mesi di gestazione:

  • Capsaicina
  • Provitamine A

I sintomi che possono insorgere dopo un’eccessivo consumo di peperoncino, andando ad escludere quelli più gravi, sono:

  • irritazione del colon
  • comparsa di emorroidi
  • nausea
  • vomito
  • bruciore di stomaco

Quindi, a prescindere dai rischi legati alla capsaicina, si consiglia di non esagerare con il cibo piccante in gravidanza. 

Peperoncino in gravidanza: benefici

Se consumato in piccole dosi il peperoncino sembra avere anche degli effetti benefici, dati da:

  • vitamina C
  • vitamina A,B
  • flavonoidi
  • luteina
  • betacarotene
  • sali minerali
  • ferro
  • magnesio
  • potassio

In caso di gravidanza, tra i benefici riscontrati troviamo l’afflusso del sangue ed il miglioramento del benessere in generale, sia per la mamma che per il bambino. Inoltre, la capsaicina gode anche di proprietà anti-diabetiche, antibatteriche, anticancerogene e anche analgesiche.

In gravidanza: peperoncino si o peperoncino no?

In dosi moderate, assolutamente si. Non dimenticando, però, i fastidi legati all’insorgere delle emorroidi e al bruciore di stomaco, che durante il periodo della gravidanza sono già accentuati.

E in allattamento?

Per una neomamma che allatta al seno il proprio bambino, le risposte da dare sui dubbi legati al consumo di peperoncino sono le stesse che si hanno durante la gravidanza. Un consumo moderato non porterà nessun danno al bambino, l’unico rischio è quello che il peperoncino potrebbe andare a modificare il sapore del latte materno e il bambino potrebbe non gradire.

Abbigliamento in gravidanza: consigli su come vestirsi nei 9 mesi

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abbigliamento in gravidanza

Con la gravidanza, si sa, il corpo cambia. Oltre alla pancia che cresce, la futura mamma noterà anche un’altra serie di cambiamenti che subirà il suo corpo: le forme si arrotondano e anche il seno, in previsione dell’allattamento, crescerà. Durante i nove mesi di gestazione sono diverse le accortezze che bisogna seguire per ridurre qualsiasi rischio, sia per la mamma che per il bambino che deve nascere. Una futura mamma, tra le tante cose, si ritroverà a fare i conti anche con l’abbigliamento quotidiano. Scegliere l’abbigliamento in gravidanza più adatto non è sempre facile, soprattutto verso la fine della gestazione con la pancia che ospita un bambino ormai grande. Le parole d’ordine, in questa circostanza, sono: comodità e praticità. Andiamo a vedere insieme i dettagli su questa linea di vestiti premaman e quali sono quelli più adatti per ogni mese di gravidanza.

Abbigliamento premaman origini

Gli abiti premaman sono quei capi di abbigliamento che si adattano al meglio ai cambiamenti del corpo di una donna in gravidanza. In passato, le donne incinta non facevano molto caso allo stile durante i nove mesi, si accontentavano di indossare capi comodi che le permettessero di svolgere le azioni quotidiane con praticità. A partire dal Medioevo, invece, le donne cominciarono ad essere più selettive e a curarsi di più dell’aspetto estetico, anche durante il periodo della gravidanza. Per questo, nasce questa linea che permette alla futura mamma di unire stile e comfort nella scelta del vestiario.

Cosa indossare mese per mese

La cosa più importante in gravidanza è il sentirsi bene con se stesse, e, grazie agli abiti e ai pantaloni premaman le future mamme non dovranno rinunciare ai propri gusti e alla comodità, fondamentale in gravidanza. Vediamo ora alcuni suggerimenti su come vestirsi nei 3 trimestri:

  • primo trimestre di gravidanza: il corpo della donna non subisce particolari cambiamenti significativi. Anche il peso non dovrebbe aumentare di tanto. Questo permetterà alla futura mamma di poter ancora indossare i suoi abiti soliti. Magari, potrebbe avere qualche difficoltà con i jeans attillati, visto che, soprattutto nei primi 3 mesi, la pancia potrebbe gonfiarsi leggermente.
  • secondo trimestre di gravidanza: il bambino inizia a crescere e, di conseguenza, anche la pancia della futura mamma. Alcuni vestiti potrebbero non andare più bene e stringere troppo il corpo che sta cambiando. Si suggeriscono vestiti comodi, più larghi di quelli indossati solitamente, proprio per mimetizzare l’aumento di peso e agevolare la mamma nei movimenti. Dal secondo trimestre, dunque, potrete iniziare a indossare vestiti premaman, che uniscano i vostri gusti con le modifiche del vostro corpo.
  • terzo trimestre di gravidanza: negli ultimi mesi è inevitabile, se non proprio in rarissimi casi, dover rinnovare completamente il proprio guardaroba con abiti premaman.

Ormai, le linee premaman accontentano proprio tutti, per questo anche in occasioni importanti, come ricorrenze, festività e celebrazioni, potrete scegliere il vestito più adatto a voi senza rinunciare alla moda.

 

La raccolta differenziata spiegata ai bambini

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Sensibilizzare sin da bambini al rispetto dell’ambiente è fondamentale. Ricordiamo che i bambini sono paragonabili a uno specchio: dentro di loro si riflettono gli esempi di ciò che hanno visto all’interno delle loro famiglie e della società che abitano. Dunque, devono essere i genitori i primi a dare il buon esempio per rendere i più piccoli adulti consapevoli e responsabili. Vediamo insieme come introdurre la raccolta differenziata spiegata ai bambini, magari aiutandosi con libri e giochi adatti.

Come spiegare la raccolta differenziata ai bambini

I bambini sono una fonte inesauribile di risorse, per questo l’approccio migliore per spiegare un argomento delicato come la raccolta differenziata potrebbe essere quello di far leva su:

  • attrazione per animali e natura: tutti i bambini, sin da piccoli, sono attratti da animali e ambiente. Non è difficile incontrare per strada un bambino che, alla vista di un cagnolino al guinzaglio, tira la mano della mamma per avere la possibilità di avvicinarsi e accarezzarlo. Stesso discorso vale per gli spazi verdi, i bambini amano correre spensierati, che sia dietro una palla o dietro a un uccellino.
  • curiosità: i bambini non hanno filtri e pongono continuamente domande su ciò che li circonda. Sono continuamente attratti dal mondo esterno e sul “perché” accadono determinate cose. Un bambino curioso è un bambino che non ha paura di scoprire il mondo.

Mettendo, dunque, insieme questa combo non sarà difficile illustrare al bambino non solo perché è importante rispettare l’ambiente ma anche come realizzare una corretta raccolta differenziata.

Sicuramente, sconsigliamo di avvicinarsi al bambino con termini che non è ancora in grado di comprendere. Il metodo più adatto, come già detto, è il buon esempio. Ritagliatevi del tempo per fare la raccolta differenziata insieme ai vostri figli, spiegate loro come si differenziano i vari materiali e il perché è importante dare loro una seconda vita. Potrebbe essere anche un modo divertente e creativo di passare del tempo in famiglia, di qualità.

Ad esempio:

  • prendete della carta utilizzata e riponetela, insieme, nel giusto cassonetto. Spiegate a vostro figlio che, tramite il procedimento del riciclo, questa carta ormai inutilizzabile si trasformerà in carta nuova e pulita, così da permettere ai bambini di riutilizzarla nuovamente.

La raccolta differenziata spiegata ai bambini: libri e giochi per aiutarli a comprendere

Il modo migliore per insegnare ai bambini è attraverso la simulazione, così come detto sopra, e attraverso il gioco e la lettura. Sono veramente tanti gli spunti per promuovere i concetti di riciclo dei materiali e di sostenibilità. I bambini sono molto concreti nel loro modo di crescere e conoscere il mondo: pongono mille domande e dobbiamo essere noi adulti a stimolare questa loro curiosità continua, anche se a volte può risultare pesante.

Vediamo insieme come spiegare ai bambini la raccolta differenziata, divertendosi:

  • riciclare oggetti in casa, ad esempio potreste riutilizzare le vecchie cialde del caffè per realizzare gioielli, così come vecchi barattoli per colorarli insieme e trasformarli in originali e personalizzati porta penne.
  • leggere insieme libri che spieghino l’argomento, ovviamente scegliendo quelli più adatti alla loro fascia d’età.
  • dare il buon esempio, una volta terminati i pasti, dividete insieme i materiali e riponeteli nei giusti contenitori.

Come per ogni cosa, è importante trasmettere al bambino l’importanza di compiere determinati gesti, spiegandogli che con il suo piccolo contributo potrà migliorare la qualità di vita di tutto il mondo. Un consiglio, mai imporre il rispetto delle regole perché potreste ottenere l’effetto contrario. Sempre meglio supportare un comportamento da adottare elogiandone l’utilità e il piacere di farlo.

Letto Montessori: i vantaggi e come realizzarlo

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letto montessori

Il momento della nanna è un momento delicato per tutti, a maggior ragione se parliamo di bambini. È corretto, a partire dai 18 mesi circa, che ogni bambino abbia il proprio spazio dove giocare e riposare. Non tutti i bambini sono uguali, c’è infatti chi potrebbe non accettare volentieri il passaggio dal lettone matrimoniale alla propria cameretta. Per questo, è importante che i genitori creino per lui l’ambiente più adatto possibile. Potete pitturare la stanza di un colore che piace al bambino, posizionare i suoi giocattoli preferiti e arricchire le pareti con foto, quadri e lucine per la notte. Andando, così, a riprodurre ciò che piace al bambino, sicuramente passerà del tempo nella sua camera più volentieri. Tra i complementi d’arredo principali in una camera vi è sicuramente il letto, per questo è importante scegliere il più adatto per un bambino. Il letto Montessori rappresenta una valida opportunità sia per il bambino che per il genitore. Vediamo insieme il perché.

Letti Montessoriani: caratteristiche

Il punto di forza che ritroviamo nel lettino Montessori è sicuramente l’altezza, collaudata proprio per favorire l’autonomia del bambino. La loro caratteristica principale, infatti, consiste nell’esser rialzati da terra solo pochi centimetri, il giusto per garantire al bambino libertà di movimento in totale sicurezza. Quindi, nel letto Montessori ritroviamo:

  • autonomia del bambino, in quanto riuscirà a salire e scendere dal letto da solo, senza l’aiuto di un genitore. Azione che, ovviamente, non può compiere all’interno del lettino con le sbarre.
  • sicurezza, visto che l’altezza di questo lettino è sostanzialmente quella del materasso. In caso di caduta o scivolata, il pericolo di farsi male si riduce di molto. Si consiglia, comunque, di mettere un bel tappeto accanto al letto.
  • senso di libertà e percezione del bambino, non sarà più costretto a vedere intorno a sé solo delle sbarre e, potrà decidere lui, autonomamente se, e quante volte, salire sul proprio letto.
  • un aiuto per i genitori, che ovviamente non sono costretti ad accorrere tutte le volte che il bambino vorrà salire o scendere e, inoltre, potranno restargli accanto durante la fase di addormentamento.

Letto Montessoriano fai da te

Un’altra caratteristica del letto Montessori è la praticità e la semplicità, tanto che volendo potreste anche costruirlo direttamente voi.  C’è chi si accontenta, inizialmente, semplicemente di posizionare un materasso a terra e chi, invece, essendo un pò più esperto di bricolage riesce anche a lavorarlo con una forma che attiri il bambino.

Come fare?

  • È sufficiente poggiare un materasso direttamente sul pavimento e isolarlo da terra con un buon tappeto. Inoltre, bisognerà accostare il materasso a una parete della stanza per delimitare le aree scoperte, riducendo il rischio per il bambino di rotolare giù.
  • Munitevi di tavole di legno e unitele insieme per delimitare il materasso, costruendo così il perimetro del letto, oppure potete realizzare la tipica forma a casetta, tanto amata dai bambini.

Se, non siete molto pratici ma volete ugualmente donare al vostro bambino l’autonomia di un letto Montessori, non preoccupatevi. Il bambino apprezzerà anche il semplice materasso a terra, magari accompagnato da una bella coperta, un tappetino colorato e tanti peluche sul letto pronti ad accoglierlo.

Guidare in gravidanza fa male? Ecco tutto quello che c’è da sapere

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guidare in gravidanza

Secondo il Codice della Strada non vi è nessun impedimento a una donna incinta di mettersi alla guida. Ovviamente, tutto questo è consentito qualora la gravidanza non presenti particolari rischi. Sarà, dunque, il ginecologo a dare l’ok che permetterà alla futura mamma di mettersi al volante. Durante la gestazione, il corpo di una donna subisce dei cambiamenti, in primis la pancia che, con il passare dei mesi, cresce sempre di più per ospitare il bambino che deve nascere. Questo, quindi, potrebbe rappresentare un impedimento o una difficoltà per la donna alla guida. La pancia, infatti, potrebbe ostacolarne i movimenti. Ma, se questo non accade, una donna incinta può tranquillamente spostarsi con il proprio veicolo. Ovvio che, non deve dimenticare la sua condizione, prestando così sempre le dovute accortezze. L’unico pericolo in cui potrebbe trovarsi è legato al rischio di un incidente stradale. La pancia, molto vicina al volante potrebbe subire un pericolo urto. Andiamo ora a vedere quello che c’è da sapere riguardo alla guida in gravidanza.

Cintura macchina gravidanza: va sempre indossata?

Assolutamente si. Secondo alcune voci popolari la cintura di sicurezza veniva considerata pericolosa per il bambino, ma, ovviamente, non è così. La cintura va sempre indossata, posizionandola al di sotto del ventre, così da non esercitare troppa pressione sul feto.

Fino a che mese di gravidanza si può guidare

Non vi è una scadenza obbligatoria. La futura mamma potrà guidare fin quando se la sentirà, sempre seguendo il parere del proprio ginecologo. Solitamente, si sconsiglia di guidare negli ultimi mesi di gravidanza ma solo per una questione di comodità.

Il volante può essere pericoloso?

In caso di incidente se la donna si trova in uno stato di gravidanza avanzato, il rischio è quello di sbattere violentemente la pancia contro il volante, con il rischio di provocare danni al bambino. Per questo, di norma, si dovrebbe cercare di mantenere una giusta distanza tra il sedile e il volante. Andando, man mano, a modificarla in base alla gravidanza che avanza. Inoltre, non dovete disattivare gli airbag.

Si possono fare viaggi in macchina in gravidanza?

Se il parere del ginecologo è positivo, assolutamente si. Si consiglia di non fra guidare la futura mamma per evitare che si stanchi eccessivamente. Sarebbe meglio che si sedesse come passeggero, indossando un abbigliamento comodo e effettuando frequenti soste, così da permettere di sgranchirsi le gambe. Ed, effettuare, se necessario, soste in bagno.

Navicella per neonato, sino a quanti mesi usarla?

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Il percorso che porta alla crescita del neonato lo vede attraversare varie fasi del suo sviluppo che, specie nei primi mesi di vita, sono accompagnati dal cambio di alcuni degli strumenti che ne segnano la crescita, primi fra tutti i mezzi di trasporto.

Quando il mio piccolo è nato, devo ammettere di aver fatto non poca fatica a comprendere dove il piccolo dovesse prendere posto durante gli spostamenti.

Navicella, ovetto, carrozzina erano termini per me abbastanza complicati da comprendere e per i quali ci sono volute alcune settimane di esperienza per riuscire a fare un minimo di chiarezza.

In questa breve guida vorrei accompagnarvi a comprendere per quanto tempo possa essere usato uno di questi strumenti, la navicella, poiché anche qui assistiamo ad alcune particolarità che è sempre meglio conoscere prima.

Prima di inoltrarci nel profondo dell’argomento vi propongo però una breve panoramica sul significato di questi termini, in modo tale da fare un minimo di chiarezza preliminare.

 

Navicella, ovetto, carrozzina: cosa significano questi termini?

Partiamo subito con uno di questi tre termini, che è forse quello meno di moda ultimamente, ovvero la carrozzina.

Con la parola carrozzina si intende l’insieme della struttura del passeggino, a cui è montata la navicella o in alternativa un passeggino dotato di una seduta che consenta al bambino di stare in posizione supina.

Per comprendere meglio questa definizione passiamo subito a comprendere cosa sia invece una navicella.

La navicella è una struttura che permette al bambino di assumere la posizione sdraiata, che è l’unica posizione che il bambino può assumere nei primi mesi di vita.

Questa può far parte di un passeggino trio (composto da passeggino, navicella e ovetto) o essere acquistata singolarmente, congiuntamente alla struttura con ruote che ne consente il movimento.

Ovviamente la navicella può essere usata anche da sola e non in abbinamento alla struttura del passeggino, poiché in talune situazioni può essere molto comoda per il trasporto del bambino.

Il motivo per cui navicella e carrozzina vengono usate esclusivamente nei primi mesi di vita è dovuto al fatto che il bambino, in questa fase, possiede una muscolatura della schiena ancora molto poco sviluppata e dunque l’unica posizione ideale per la sua schiena è quella supina.

Il bambino nei primi mesi di vita poi è poco interessato al mondo che lo circonda e non ha grandi necessità di guardare al di fuori della navicella, anche perché la sua vista è ancora poco sviluppata.

L’ovetto infine è uno strumento differente, che nasce per il trasporto del bambino in automobile, durante i primi mesi di vita, ma ultimamente il suo uso si è un poco ampliato.

L’ovetto è una sorta di guscio, in grado di dare la massima protezione al bambino durante i tragitti in auto, che può essere fissato al sedile con l’aiuto delle cinture o tramite sistema isofix, che garantisce una sicurezza ancora maggiore.

L’ovetto, specie durante i primi mesi, deve essere posizionato in senso contrario a quello di marcia del veicolo e solo dopo alcuni mesi può essere messo in senso di marcia.

L’uso dell’ovetto si è tuttavia un poco allargato ultimamente, poiché si è scoperto che questa posizione non fa poi così male al bambino neonato.

Pensate che a me è stato richiesto dall’ospedale di andare a prendere il piccolo, alla sua uscita dall’ospedale dopo la nascita, con l’ovetto e non con la navicella.

Navicella: sino a quanti mesi usarla?

La navicella tuttavia non ha una vita molto lunga, poiché il suo utilizzo si ferma dopo pochi mesi dalla nascita del piccolo.

Dire quando esattamente si smetterà di usarla è un po’ difficile, perché dipende tanto da bambino a bambino.

Direi comunque che il quarto mese è forse quello che in generale è il più gettonato per l’abbandono della navicella, a favore del normale passeggino.

Ad ogni modo sarà il bambino a comunicarvi la necessità di un cambio di prospettiva, poiché ad un certo punto tenderà a richiedere di vedere meglio il mondo che lo circonda ed è anche possibile che in posizione supina tenda a lamentarsi e piagnucolare, poiché ormai la curiosità di conoscere il mondo è tanta e occorre un deciso cambio di prospettiva.

Nel mio caso il caso il cambio è avvenuto più che altro per questioni esterne, più che per una necessità psicologica del piccolo: il bambino era cresciuto così tanto che non trovava proprio più spazio all’interno della navicella, che era diventata troppo stretta, dunque la decisione è stata abbastanza obbligata.

 

Quale passeggino scegliere dopo la navicella?

E’ possibile che, se non avete optato per l’acquisto di un passeggino trio, a questo punto sia necessario l’acquisto di un nuovo passeggino.

Il mio invito è quello di soppesare al meglio la scelta, poiché sul mercato sono disponibili varie possibilità, anzi troppe, e la scelta può non essere agevole.

Occorre sempre pensare quali siano le vostre esigenze principali: percorrerete molta strada sterrata? Vi servirà un vano porta-oggetti capiente? O semplicemente siete alla ricerca del massimo della comodità, di modo che il bambino riesca in qualsiasi occasione a schiacciare un bel pisolino, anche a bordo del passeggino?

Quest’ultimo è stato il dettaglio a cui io personalmente sono stato maggiormente attento e che mi ha convinto alla scelta di un passeggino ampio e dalla seduta comoda.

Ammetto che questa guida sui migliori passeggini comodi per la nanna, mi è stata di grande aiuto.

Come togliere il ciuccio: consigli pratici

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come togliere il ciuccio

Dopo mesi o anni in sua compagnia, prima o poi arriva per tutti i bambini ( e genitori) il momento di abbandonare il ciuccio. Così, se nei primi mesi di vita viene consigliato come metodo per ridurre il rischio della SIDS, viene, invece, sconsigliato passati i 3 anni. Il ciuccio rassicura, culla e consola i più piccoli, rappresentando anche un valido aiuto per gli stessi genitori. Proprio per questi motivi, quando si avvicina il terzo anno di vita del bambino, le domande più comuni diventano: come togliere il ciuccio e quando togliere il ciuccio. Vediamo ora, alcuni consigli che potrebbero tornare utili ai genitori che si stanno avventurando in questa impresa.

A che età togliere il ciuccio?

Se l’utilizzo del ciuccio si protrae oltre i 3 anni, potrebbero insorgere i seguenti rischi:

  • malformazioni legate a mascella, denti e palato
  • ritardo nel linguaggio
  • otite

Per questo, è necessario, già a partire dai 18 mesi, iniziare a ridurre l’uso quotidiano del ciuccio. Limitandolo, magari, solo al riposino e alle ore notturne. Inoltre, se è vero che ci sono alcuni bambini che abbandonano da soli e spontaneamente il ciuccio, ce ne sono altri che fanno più difficoltà a staccarsene. In questo caso, dovrà essere il genitore ad aiutarlo in questo passaggio, ovviamente nella maniera più delicata e meno traumatica possibile.

Come togliere ciuccio: consigli

Prima di intraprendere questo passaggio, dovete spiegarlo al bambino, con termini adatti alla sua età. Spiegargli che è arrivato il momento di ridurre o salutare del tutto il loro amico ciuccio. Rendetelo partecipe della decisione. Ovvio, soprattutto all’inizio, vedere il vostro bambino piangere o disperarsi alla ricerca del ciuccio non sarà semplice, per questo è importante cercare di rendere questo distacco il meno indolore possibile. Ecco alcuni suggerimenti che potranno esservi utili per togliere il ciuccio al proprio piccolo.

È importante scegliere il momento giusto

Chi meglio di un genitore conosce il proprio bambino e sa quando è il momento giusto per iniziare. Un consiglio utile è quello di non farlo in concomitanza con altri eventi importanti di cambiamento: inizio della scuola, spannolinamento, arrivo di un fratellino/sorellina.

L’unione fa la forza

Se il genitore decide che è arrivato il momento di togliere il ciuccio, tutte le persone che entrano in contatto con il bambino, devono mantenere la stessa linea. Informate, dunque, insegnanti, babysitter, nonni, zii e parenti della vostra decisione, così da concordare al meglio le nuove abitudini del piccolo e mantenere tutti una routine costante.

Non cedere ai capricci

Soprattutto all’inizio preparatevi a pianti e capricci. Il bambino non comprende il perché sia giusto privarlo di un oggetto che, fino a poco prima, gli veniva concesso proprio dallo stesso genitore. È importante non perdere la pazienza e mantenere la calma, spiegandogli che sta avvenendo questo cambiamento, ovviamente utilizzando un linguaggio a lui comprensibile. Infine, mai tornare indietro. Se, il ciuccio è stato eliminato del tutto o limitato ad alcuni momenti della giornata non dovete cedere, altrimenti il bambino capirà che sarà sufficiente inscenare un capriccio per riaverlo indietro. E, dovrete ricominciare tutto il lavoro daccapo.

In quanto tempo si può togliere il ciuccio ai bambini

Partendo sempre dal presupposto che ogni bambino è diverso e ha bisogno dei suoi tempi per abituarsi a questo distacco, esistono diversi approcci al riguardo:

  • Toglierlo di botto, è un metodo sconsigliato, in quanto ritenuto troppo traumatico per il bambino
  • Togliere il ciuccio gradualmente, è quello che più si adatta ai bambini. Ridurne l’utilizzo a partire dall’anno di età
  • Rendere il ciuccio sgradevole, c’è chi lo strofina nel limone o aceto
  • La Fatina dei ciucci, molti genitori raccontano che di notte passa una fatina per prendere il ciuccio e portarlo a un bambino più piccolo. In cambio, al suo posto si troverà un regalino.

Babywearing: cosa significa portare in fascia i neonati?

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babywearing

Ultimamente è tornato alla ribalta un tema che, non ci crederete, in realtà esiste da secoli: il babywearing. Questa parola inglese non significa altro che “indossare i bambini”, ovvero “portare in fascia“. Si tratta di un’antichissima pratica sviluppata dalle donne di tutto il mondo e di tutte le culture per tenere vicino a sé i loro neonati, in modo da continuare a svolgere le loro faccende senza per questo doversi allontanare da loro. Ma come possiamo impiegare questa primitiva saggezza ai giorni nostri?

Portare neonati in fascia: come si fa?

Nell’antichità la sapienza veniva tramandata di madre in figlia, ma col tempo, come detto, questa pratica si è persa (quantomeno in Occidente). Si sono quindi rese necessarie delle figure come quelle delle consulenti babywearing, pronte a guidare la futura mamma o la neomamma in questa meravigliosa esperienza che lascia un dolcissimo segno indelebile nel cuore di portato e portatore. Sì, perché portare i bimbi in fascia non è appannaggio esclusivo delle mamme: ne possono beneficiare anche (e sopratutto!) i papà e chi si occupa maggiormente del neonato. La consulente può non solo insegnare come gestire le diverse legature della fascia babywearing, ma anche dare tanti consigli su come e quando impiegarla al meglio. Esistono infatti tantissimi modi diversi di portare con la fascia: cuore a cuore, laterale e sulle spalle. Ogni posizione ha un’età raccomandata e un suo livello di manualità, ma non temete: potete iniziare benissimo dal primo giorno di vita del vostro cucciolo.

Quali sono i benefici del babywearing?

Per raccontare quali sono tutti i lati positivi del portare i bambini in fascia non basterebbe un libro! In breve, possiamo però riassumerli così:

  • proseguimento sicuro dell’esogestazione (ovvero i 9 mesi successivi alla nascita, in cui lentamente il neonato prende cognizione dell’ambiente che lo circonda)
  • attaccamento alla figura di riferimento che aiuta a costruire un rapporto sano con sé stessi e con il mondo esterno. È stato infatti scientificamente dimostrato che la vicinanza nei primi 3 anni di vita non solo rende più sicuri da adulti, ma favorisce un distaccamento più sicuro anche durante l’infanzia.
  • riduzione delle coliche, grazie al calore dato dalla posizione “pancia a pancia”. In più, la sensazione di rilassamento che prova il neonato quando si trova a contatto con la mamma e la posizione verticale a gambe divaricate aiutano a espellere i gas intestinali senza dolore
  • comodità per il portatore (genitori o nonni che siano), che può continuare a svolgere le sue faccende in totale sicurezza, avendo il neonato sempre vicino a sé
  • riduzione del rischio di depressione post-parto, in quanto il babywearing facilita il rilascio di ormoni in grado di contrastarla e rende più semplice uscire più spesso da casa
  • centinaia di blend e fantasie meravigliose tra cui scegliere!

 Quali sono i supporti babywearing?

Del mondo del babywearing non fanno parte esclusivamente le fasce, bensì anche altri tipi di supporti che possono essere più o meno adatti in base all’età del bambino:

  • fascia elastica babywearing: spesso utilizzata per i primi mesi di vita. Benché sia un’opzione molto popolare, va ricordato che può essere appunto utilizzata solo per i primi due mesi circa. Questo perché successivamente il peso del bambino diventa eccessivo rispetto alla capacità di sostegno del tessuto e può essere dannoso per bambino e portatore.
  • fascia rigida: l’opzione indubbiamente più diffusa e versatile. Esistono decine di tipi diversi di fascia in base alla composizione, in base alla quale una fascia può essere più adatta a un neonato o a un bambino più grande. Le più comuni sono in 100% cotone, ma non mancano mix con lino, canapa e tessuti pregiati come lana e seta.
  • mei tai: se siete indecisi tra marsupio o fascia per neonati, il mei tai è un’ottima via di mezzo. Abbastanza morbido da poter essere utilizzato già dai 6 mesi (se non prima, previo consulto con una consulente babywearing) e abbastanza semplice da risultare pratico anche a chi è alle prime armi e non ha ancora effettuato alcuna consulenza.
  • marsupio: il supporto che forse hanno usato i nostri genitori con noi, anche se probabilmente all’epoca non erano ergonomici come quelli odierni! A tal proposito, assicuratevi sempre che i supporti siano veramente ergonomici, magari chiedendo in gruppi Facebook specializzati o alla vostra consulente, poiché non sempre un marchio rinomato è sinonimo di sicurezza in questi casi.

Dove acquistare marsupio, mei tai o fascia?

Se siete pronti a intraprendere questo fantastico percorso che vi regalerà innumerevoli gioie, non vi resta che cercare il vostro primo supporto. Sul web esistono moltissimi babywearing shop cui rivolgersi, e non solo. Anche su Facebook sono presenti diversi gruppi che contano decine di migliaia di iscritti, dedicati proprio alla compravendita di supporti usati. Sì, perché paradossalmente una fascia usata o un mei tai usato sono più ambiti del nuovo, in quanto le fibre del tessuto risultano più “domate”, usate, e quindi più morbide a contatto con la pelle del bambino. E non dimenticate che oltre ai supporti veri e propri, esiste un mondo fatto di accessori baby wearing pensati per le mamme!

Consigli per non sbagliare

Il consiglio è sempre quello di rivolgervi a una consulente babywearing. Questa figura non solo saprà indirizzarvi sul tipo di supporto più adatto alle vostre esigenze, ma (soprattutto) vi indicherà quali sono gli errori da non commettere. Uno su tutti? Non portare mai il bambino “fronte mondo”! Può essere deleterio per lo sviluppo delle anche e della colonna vertebrale e inoltre non fornisce un adeguato riparo dagli stimoli esterni, cui specialmente i neonati possono essere particolarmente suscettibili.

Attività fisica in gravidanza: ecco cosa si può fare

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attività fisica in gravidanza

Sport e gravidanza è un connubio assolutamente possibile. Se siete sempre state delle donne sportive che amano il movimento, la gravidanza non deve essere un deterrente. Ovviamente, è importante riconoscere le attività compatibili con la gestazione e parlarne con il proprio ginecologo. Fare sport in gravidanza non fa male, anzi fa bene e rilassa la futura mamma. L’importante è scegliere un’attività fisica leggera che aiuterà, non solo la futura mamma ad affrontare più serenamente i mesi che la separano dal parto, ma anche il feto, grazie allo sviluppo di endorfine. L’obiettivo principale, ovviamente, è quello di garantire la massima sicurezza per la gestante e per il feto.

Attività fisica in gravidanza: perché fa bene

L’attività fisica può essere praticata in qualsiasi periodo della gravidanza, ad eccezione dei momenti in cui lo stato fisico non lo consente. L’attività motoria è in grado di migliorare la qualità della vita durante la gestazione, l’efficienza del parto e ridurne i rischi. Se la futura mamma è in salute e il ginecologo non evidenzia problematiche, può continuare a svolgere regolarmente attività fisica, sempre mantenendo le dovute accortezze. Tra i benefici riscontrati nello svolgimento di attività fisica:

  • mantenimento del peso corporeo
  • riduzione del rischio di diabete gestazionale
  • aiuta ad attenuare il mal di schiena e la stitichezza
  • riduce il rischio di gestosi
  • aumento del benessere psicofisico in generale

Quali attività fisiche si possono svolgere e quali è meglio evitare

Ovviamente, durante la gravidanza qualsiasi attività fisica deve esser adattata ai cambiamento del corpo. Tra quelle consigliate troviamo:

  • Aerobica: l’attività più consigliata grazie alla mobilità che coinvolge tutti i muscoli del corpo. È un’attività leggera e rilassante che comporta molti benefici a mamma e figlio. Lo Yoga e il Pilates, ad esempio, oltre a essere un’ottima preparazione al parto, alleviano alcuni dei disagi associati alla gravidanza e aiutano a controllare meglio la respirazione.
  • Camminare in gravidanza: anche velocemente è un’attività priva di rischi che aiuta a mantenersi in forma. Ovviamente, sia la camminata che la corsa in gravidanza, sono possibili solo le condizioni fisiche della mamma lo consentono e la gravidanza non presenta problematiche specifiche.
  • Nuoto gravidanza: può essere un’esperienza piacevole e rilassante per la futura mamma. La presenza dell’acqua che accompagna i movimenti, facilita i movimenti e può aiutare se si soffre di dolore alla schiena.
  • Ciclismo: ci sono pareri discordanti a riguardo. C’è che sostiene che fino al 5° mese si possa andare in bicicletta tranquillamente (sempre stando attenti) e chi invece lo sconsiglia vivamente, sia per le sollecitazioni che per il rischio di incorrere in incidenti stradali o cadute.
  • Sforzo in gravidanza e sport di contatto: ovviamente, vanno sempre evitati durante la gravidanza.
  • Tennis, saltare la corda: vanno evitati in quanto mettono sotto pressione il perineo.
  • Sci, l’equitazione o l’arrampicata: fortemente sconsigliati perché il rischio di cadere.
  • Atletica leggera: deve essere interrotta dopo il secondo mese di gravidanza.

In ogni caso, prima di intraprendere o continuare una qualsiasi attività fisica è bene parlarne con il proprio ginecologo che vi indicherà, in base alla gravidanza che state vivendo, ciò che è meglio fare e ciò che bisognerà evitare.

 

 

Mal di testa in gravidanza: cause e quando preoccuparsi

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mal di testa in gravidanza

Durante la gravidanza è molto comune soffrire di mal di testa. Le cause, almeno nel primo trimestre, sono da ricollegarsi al cambiamento ormonale che si verifica subito dopo il concepimento. È uno dei sintomi ricollegati alla delicatezza del periodo e che può esser scatenato da una serie di fattori, sempre legati alla gravidanza. Nausea, preoccupazione, ansia e stanchezza, presenti in gravidanza, possono contribuire all’insorgere del mal di testa. Tra i rimedi semplici su come far passare il mal di testa, senza creare problemi al bambino, troviamo:

  • riposare
  • applicare impacchi freddi sulla fronte
  • farsi fare massaggi alla base della nuca per alleviare la tensione muscolare

Se, invece, il mal di testa si prolunga e non diminuisce di intensità è importante parlarne con il proprio medico e non sottovalutarlo. Può, infatti, essere un campanello d’allarme. Vediamo insieme tutto quello che c’è da sapere sul mal di testa in gravidanza.

Giramenti di testa in gravidanza: cause

Sicuramente il mal di testa rientra tra i sintomi tipici legati all’inizio di una gravidanza. Per molte donne, infatti, è uno dei primi sintomi anche per chi solitamente non ne soffre. Per coloro, invece, che già abitualmente ne soffrono, possono verificarsi due condizioni opposte: un netto miglioramento o un netto peggioramento della propria condizione. Gli episodi di mal di testa tendono, solitamente, a risolversi spontaneamente dopo il primo trimestre, cioè quando i livelli ormonali iniziano a stabilizzarsi.

Mal di testa in gravidanza: quando preoccuparsi

Durante la gravidanza, come detto, è frequente soffrire di questo disturbo. Se, però, gli episodi di mal di testa continuo e acuto non si arrestano, bisogna fare molta attenzione. Potrebbe trattarsi di:

  • Emicrania: si caratterizza per la sua attività pulsante. È un mal di testa che inizia lentamente, di solito da un lato della testa per poi espandersi anche dall’altra parte. Il dolore può durare anche diversi giorni e associarsi anche ad altri sintomi, come nausea e vomito.
  • Cefalea: si manifesta con il classico “cerchio” alla testa. Il dolore è sordo e costante.
  • Gestosi (o pre-eclampsia): il mal di testa si abbina all’aumento della pressione sanguigna. Si tratta di una condizione molto seria che si presenta nel secondo e terzo trimestre. Le conseguenze della malattia possono essere anche molto gravi: ritardo di crescita intrauterino, morte del feto, aumento della frequenza del parto prematuro. Per questo, assolutamente non va sottovalutata, se avete un mal di testa improvviso e forte, contattate il medico.

Rimedi mal di testa in gravidanza

In gravidanza sono molti i medicinali che non possono esser somministrati. Quindi tra i rimedi contro il mal di testa si prediligono i rimedi naturali e il paracetamolo, concesso anche in gravidanza e sempre sotto stretta prescrizione.

 

Peso in gravidanza: come controllarlo

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peso in gravidanza

Durante la gravidanza si sente parlare molto della questione “peso della mamma“. Una volta, secondo una credenza popolare, si diceva che quando si aspettava un figlio bisognasse “mangiare per due”. Ovviamente, con il tempo si è appurato che non è così. È fisiologico che il corpo della futura mamma subisca un importante cambiamento: le forme si arrotondano per far spazio al bambino che deve nascere. Non è sempre semplice, per una donna, accettare questo cambiamento, ma si sa, è per il bene del proprio figlio. L‘aumento di peso in gravidanza è un tasto molto delicato che va affrontato con la giusta serenità. Non c’è un peso giusto da prendere, è importante però mantenersi entro certi limiti. Dunque, è fondamentale per la salute di mamma e figlio non aumentare troppo di peso, ma nutrire bene il proprio corpo. Al tempo stesso, infatti, essere sottopeso o non mangiare a sufficienza potrebbe avere delle conseguenze negative sulla gravidanza. Vediamo ora insieme tutto ciò che c’è da sapere sul peso in gravidanza.

Aumento peso in gravidanza: cosa mangiare

L’alimentazione in gravidanza è molto importante. È importante mangiare equilibrato. Si consiglia di mangiare molta frutta e verdura, carne ben cotta, pesce e alcuni tipi di formaggio. E di evitare gli alimenti troppo grassi e troppo dolci.

Aumento peso gravidanza diviso per trimestri

Per rispettare la tabella peso comune durante la gravidanza:

Primo trimestre

L’aumento del peso non è significativo. Anzi, in alcuni casi molte future mamme possono anche dimagrire a causa di alcuni fastidi legati alla gravidanza, come nausee e vomito. Il feto è molto piccolo, tanto che, appunto, non va ancora a influenzare l’aumento di peso della mamma.

Secondo Trimestre 

Iniziano anche le cosiddette “voglie alimentari”. La futura mamma si sente meglio, di solito nausea e vomito si attenuano dopo il terzo mese di gravidanza, e inizia a mangiare di gusto. Proprio per questi motivi, sono consigliati pasti più contenuti ma più volte al giorno. Il peso della mamma dovrebbe essere aumentato almeno di 6 kg.

Terzo Trimestre

Negli ultimi tre mesi, l’aumento dovrebbe essere di circa 1 kg al mese. Verso la fine della gravidanza la futura mamma dovrebbe esser aver preso tra i 9 e i 15 kg.

In ogni caso, se vi rendete conto che il vostro peso nell’arco di poco tempo tende ad aumentare eccessivamente o a scendere, dovete assolutamente parlarne con il vostro medico. La futura mamma deve pesarsi con regolarità ed annotare le variazioni di peso per mostrarle eventualmente al proprio medico.

Stipsi nei bambini: cause, sintomi e cura

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stipsi nei bambini

Tra gli accorgimenti che i genitori hanno nel corso della giornata, nei confronti dei propri figli, vi è il controllo delle feci. Quante volte sarà capitato a fine serata di domandarsi se, e quante volte, il proprio bambino è andato di corpo. Solitamente non c’è una regolarità standard per tutti i bambini, però è importante tenere sotto controllo questo aspetto e contattare il medico nel caso in cui il neonato o bambino faccia difficoltà ad andare in bagno o manifesti dolore durante l’evacuazione e si presentino feci dure. Prima di parlare di stipsi, è bene ricordare che tali episodi devono avere una durata nel tempo, circa un mese per i neonati e due mesi per i bambini più grandi. Si parla di stipsi organica quando ci si riferisce a specifiche patologie strutturali, neurologiche, tossico/metaboliche o intestinali. Sono rare ma è importanti identificarle. La stipsi funzionale, invece, è quella più comune che si identifica con la ritenzione delle feci. Vediamo insieme cosa causa la stipsi nei bambini, come riconoscerla e trattarla.

Stipsi nei bambini cause

La stipsi nei bambini può essere assolutamente normale, l’importante è non sottovalutarla.

Le tre cause principali e più comuni che portano a episodi di stitichezza sono:

  • nel primo anno di vita, solitamente, le cause ricollegabili alla stitichezza neonato si riscontrano nel passaggio dal latte materno o artificiale allo svezzamento. L’introduzione di cereali, così come di cibi più solidi, tende a modificare la consistenza delle feci e a creare nel bambino una sorta di paura iniziale durante l’espulsione.
  • il secondo episodio si verifica quando arriva il momento dello spannolinamento.
  • l’ultimo periodo legato alla stitichezza bambini si riferisce all’inizio della scuola. Molti, infatti, potrebbero avere delle remore nell’utilizzo dei bagni scolastici.

Quindi, in sintesi è possibile affermare che episodi di stipsi, nella maggior parte dei casi ed escluse patologie più gravi nel bambino, possono dipendere da un periodo di stress o da un cambiamento dell’alimentazione o di abitudine.

Come si riconosce

La stipsi può manifestarsi anche con :

  • dolori e crampi addominali, molto dolorosi per il bambino
  • feci dure e grosse, tanto da poter intasare il water
  • tracce di sangue nelle feci
  • inappetenza
  • vomito
  • febbre
  • in alcuni casi, anche le infezioni delle vie urinarie possono rappresentare un campanello d’allarme per la stipsi. Un colon particolarmente gonfio può impedire alla vescica di svuotarsi completamente, ed ecco che potrebbero insorgere delle infezioni.

Per identificare la stipsi è necessario consultare il proprio medico che approfondirà sintomi e anamnesi del bambino. In base alle sue valutazioni potrà effettuare una diagnosi ed eventualmente prescrivere analisi più specifiche.

Stitichezza rimedi

Prima di elencare i rimedi stitichezza, bisogna identificarne la causa. Solo così si potrà risolvere il problema. In generale, però:

Stipsi rimedi per:

  • stipsi organica: si segue un determinato trattamento, correzione o eliminazione del disturbo, del farmaco o della tossina che la causa.
  • funzionale: si piò consigliare un cambiamento dell’alimentazione (una dieta ricca di fibre e di acqua, sempre con l’obiettivo di rendere le feci più soffici), dei clisteri evacuativi in caso di stipsi acuta ed è importante seguire una routine comportamentale per l’utilizzo del water e infine si può ricorrere all’utilizzo di farmaci o lassativi per ammorbidire le feci.