Smart Working: la situazione italiana delle mamme

Smart Working: la situazione italiana delle mamme
Dall’Osservatorio Statistico del Consulenti del Lavoro, dopo la situazione d’emergenza data dal Coronavirus in Italia, è stato rilevato che le opportunità offerte dal lavoro in smart working,  vissuto a causa del Covid più come home working, è una modalità di lavoro troppo poco diffusa nel nostro paese, ma rivelatasi provvidenziale. Si è letteralmente acceso una faro nella nebbia, dopo queste considerazioni.
Tra il Coronavirus arrivato in Italia come un fulmine a ciel sereno e il Decreto del 23 febbraio , il numero di “telelavoristi”, è raddoppiato da un giorno all’altro e, in due sole settimane, hanno dato vita al più veloce esperimento di smart working del mondo con oltre 8 milioni di lavoratori.
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La situazione delle mamme italiane

Secondo i dati Eurostat riportati nel 2018, le occupate dipendenti che potevano  lavorare da casa erano circa una su otto , ovvero il 12,1% in tutta Europa, abitualmente  il 3,4% e saltuariamente l’ 8,7%.
Con le grandi differenze da Paese a Paese: nei Paesi del Nord Europa è una realtà per una mamma lavoratrice su quattro, di contro in Italia c’è la percentuale più bassa del continente, le lavoratrici smart worker tra le dipendenti sono solo il  2,2% del totale.
Lo strumento dello smart working e la sua applicabilità, sono correlate alla tipologia di lavoro svolto e ciononostante, una sua maggiore diffusione come valido strumento potrebbe essere possibile e auspicabile, sotto molti punti di vista.

Coronavirus Grazie

Paradossale come la pandemia che ci ha colpiti, ma l’emergenza ha dato un notevole impulso a questa modalità di lavoro, che consente ai dipendenti di molte aziende appunto,sopratutto se sono genitori, di lavorare da casa e riuscire a conciliare davvero le necessità dell’emergenza e quelle professionali.
Ma la differenza tra il lavoro da casa imposto dall’emergenza Covid-19 e il vero smart working, come definito dalla legge 81/2017 la troviamo nel fatto che, da una parte, sotto emergenza era lavorare da casa negli orari prescritti dall’azienda, dall’altra parte, lo smart working normalmente inteso, è in verità, lavorare in modo “flessibile”, cioè scegliendo insieme all’azienda orari, luoghi e tecnologie.

Mamme lavoratrici da casa in crisi: perché

In una prospettiva ideale i genitori che possono lavorare in smart working, gestiscono i tempi e gli spazi del lavoro e quelli della famiglia,traendone vantaggio sulla redistribuzione dei carichi famigliari che normalmente sono impiegati solo dalla mamma, ma in caso di lavoratrici a casa, possono e devono essere redistribuite tra entrambi i genitori.
Purtroppo nelle famiglie monogenitoriali, la  prospettiva di lavoro agile potrebbe aiutare e una mamma o un papà single avrebbe il vantaggio di potersi gestire il tempo ottimizzandone la redistribuzione tra lavoro e cura dei bambini.
Ma c’è un grande ma, l’ultimo rapporto della CGIL del 18 maggio 2020,dopo un’ indagine condotta tra il 20 aprile e il 9 maggio, rileva che per le donne questa modalità di lavoro è pesante, complicata e spesso alienante e stressante, mentre per gli uomini è indifferente dal lavoro tradizionale, se non più stimolante.
Rimane il fatto che il lavoro da casa imposto dall’emergenza rimarrà un esperimento importante per il futuro, mettendo in evidenza i limiti della banda larga domestica nazionale da cui rimangono esclusi il 76% degli utenti, contro il 40% della media europea.
Senza tralasciare il fatto che lo smart working potrà essere vantaggioso anche per i datori di lavoro oltre che per i lavoratori e le lavoratrici, anche dopo la fine dell’emergenza, meno traffico e intasamento per le strade delle città e riduzione dei tempi impiegati per raggiungere l’ufficio o la sede lavorativa.
Importantissimo sottolineare come questo impegno spingerà donne e uomini a rivedere la condivisione dei carichi di lavoro domestico e cura della prole,slittando verso un riequilibrio dei ruoli domestici.

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